La Caritas diocesana di Iglesias premia 36 studenti meritevoli delle Scuole secondarie di secondo grado

Da diversi anni, escludendo la pausa forzata dovuta alla pandemia, la Caritas diocesana di Iglesias mette a disposizione delle misure di sostegno allo studio e di contrasto alla povertà educativa nel Sulcis Iglesiente, anche attraverso il progetto denominato “Famiglie che si aiutano”.

Anche per l’anno scolastico 2025/2026 è stata rinnovata la proposta ai dirigenti e docenti di tutti gli Istituti superiori del Sulcis Iglesiente, che hanno provveduto a individuare studenti meritevoli delle classi quinte per ciascuna Scuola secondaria di secondo grado.

Le premiazioni si sono tenute nella giornata di venerdì 8 maggio a Sant’Antioco e Carbonia (con la premiazione degli Istituti di Sant’Antioco, Carbonia e Carloforte) per terminare a Iglesias sabato 9 maggio, con la premiazione degli studenti degli Istituti iglesienti. La premiazione di quest’anno degli Istituti iglesienti ha visto il contributo oltre che della Società Operaia Industriale di Mutuo Soccorso di Iglesias anche dell’Associazione Riccaboni Alberto e dei donatori che hanno voluto ricordare la professoressa Anna Maria Landis venuta a mancare a marzo di quest’anno.

Storie silenziose di dialogo fra Israeliani e Palestinesi

Partiamo da un quesito: la narrazione dominante che dipinge palestinesi e israeliani come perpetui avversari, nemici permanenti che non possono far altro che odiarsi in eterno, è davvero l’unica possibile? Se si intende allargare lo sguardo oltre il già noto la risposta è no: quella narrazione è semmai la più semplice e la più comoda, nonché la più funzionale a un certo modo di raccontare quel conflitto come un eterno scontro insuperabile. Un racconto che produce semplificazioni efficaci per una certa dialettica politica e giornalistica ma che evita al contempo di affrontare una realtà estremamente complessa, fatta di una pluralità di voci, storie personali, tradizioni culturali e religiose che riescono a convivere nell’intreccio di relazioni quotidiane.

Eppure esistono altre storie, straordinariamente ricche di umanità e connotate dal desiderio di convivenza pacifica, che danno testimonianza di un dialogo che sa accogliere le diversità dell’altro. Le altre storie esistono e prendono corpo ogni giorno, soltanto che non fanno rumore e su di esse non si accendono i riflettori dei media internazionali.

Sono le tante storie di israeliani e palestinesi che lavorano insieme quotidianamente per promuovere una cultura dell’incontro, del dialogo, e il rispetto dei diritti umani. Non di rado si tratta delle storie che coinvolgono qualcuno che pur avendo perso drammaticamente qualche caro, vittima della follia e dell’ideologia, si è impegnato a non odiare e a rigettare la logica della legge del taglione, per dare spazio a percorsi di riconciliazione e a luoghi in cui sia possibile persino pregare insieme, pur nella diversità delle rispettive tradizioni e fedi religiose.

È la storia, ad esempio, di quanti operano a Neve Shalom Wahat al-Salam (letteralmente “Oasi di pace”), un villaggio situato tra Gerusalemme e Tel Aviv, dove ebrei e palestinesi – tutti cittadini israeliani – vivono fianco a fianco, mostrando concretamente che la convivenza nella diversità è possibile quando si fonda sull’accoglienza, il rispetto reciproco e lo spirito di cooperazione.

Alcune volte si deve avere il coraggio di andare controcorrente, anche nei momenti più difficili e impegnativi. È quanto ho avuto modo di apprendere personalmente nel novembre del 2019, a Gerusalemme, dalla testimonianza diretta di alcuni responsabili dell’Organizzazione non governativa israeliana denominata “Friendship Village”, impegnata all’interno di Israele nel promuovere la pace, la convivenza e il dialogo tra ebrei e palestinesi. Compito decisamente impegnativo di questi tempi – ma non impossibile – per un’organizzazione che agisce in una società profondamente divisa al proprio interno come quella israeliana. L’impegno di  “Friendship Village” è lodevole, dato che si occupa di formazione ed educazione, promuovendo corsi per studenti, insegnanti e futuri educatori ebrei e palestinesi. Fanno ciò rimanendo ancorati alla realtà, senza perdersi sul piano speculativo, affrontando anche la storia del conflitto israelo-palestinese. Perché la vera questione non è rimuovere il conflitto, né tantomeno affrontarlo con la violenza, ma imparare a trasformarlo. L’obiettivo è lungimirante: preparare operatori che, nelle scuole e nei contesti comunitari, sappiano contrastare la polarizzazione e diventare una nuova leadership capace di promuovere le basi di una società pacificata.

Nella prospettiva di esperienze come quelle appena descritte si inserisce anche l’iniziativa denominata “Joint Memorial Day”, giunta alla ventunesima edizione e tenutasi il 20 aprile scorso al Museum Theatre di Tel Aviv, in occasione della quale sono stati omaggiati i caduti su entrambi i fronti del conflitto. Un evento che, nel solco di un rinnovato desiderio di riconciliazione, nonostante i decennali lutti e le macerie anche di questi ultimi anni, intende guardare con speranza al futuro. Ecco perché il motto scelto per questa edizione dell’iniziativa è stato “We are the day after”: noi siamo il giorno dopo.

Esistono, dunque, altre storie da raccontare. Vicende straordinarie che ci parlano di un dialogo possibile, paziente e silenzioso, tra israeliani e palestinesi. Storie che è importante far conoscere proprio perché se ripetiamo all’infinito che questi due popoli sono “naturalmente” nemici, finiamo davvero per crederci. Come dire che se è una sola narrazione a prendere il sopravvento questa rischia di trasformarsi in una sorta di profezia che si autoavvera.

Raffaele Callia

Auguri di buona Pasqua di Resurrezione del Signore Gesù

“A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepol tutti i popoli… Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,18-20)

Auguri di buona Pasqua di Resurrezione del Signore Gesù dalla Caritas diocesana di Iglesias

Correggere, dimensione della carità cristiana

Foto di Annie Spratt

Mt 18,15-17
Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano.

Venir corretti per ciò che si è detto o fatto non sempre accoglie il favore di chi viene ripreso; la correzione assume così il carattere di un mero rimprovero o biasimo che l’orgoglio non consente di vedere come mezzo per proseguire sulla retta via, dopo aver fatto un buon discernimento sul proprio errore. Nel contesto biblico, lungi dall’essere una punizione, la correzione fraterna, indica un percorso pedagogico e uno strumento per la crescita e lo sviluppo spirituale del fratello che viene ammonito; un’opportunità di valutare le proprie azioni, rivedere i comportamenti attuati e riconoscere le proprie colpe.

La correzione, una delle sette opere di misericordia spirituale, è quindi un atto d’amore, come ci ricorda Proverbi (3,11-12): «Figlio mio, non disprezzare la correzione del Signore, non ti ripugni la sua riprensione; perché il Signore riprende colui che egli ama, come un padre il figlio che gradisce». Nell’ammonizione dei peccatori è certamente rilevante la modalità, il come ci si pone di fronte al fratello che ha commesso uno sbaglio. Nel testo, Matteo descrive gradualmente l’approccio che Gesù suggerisce affinché sia una correzione costruttiva, non distruttiva, allo scopo di “guadagnare” il fratello e non di umiliarlo.  Si inizia col parlare privatamente, a tu per tu, in maniera rispettosa della dignità della persona («…va’ e ammoniscilo fra te e lui solo.»), dimodoché lui si ravveda e il suo errore non sia conosciuto da altri.

Ma se lo scopo non fosse raggiunto, se il fratello non accogliesse l’ammonimento come una forma di cura nei suoi confronti, per Gesù può essere opportuno coinvolgere altri («Se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni.»); nell’ottica della corresponsabilità, l’esser testimoni di una correzione fraterna può indurre chi viene redarguito all’assunzione di responsabilità e alla comprensione del valore educativo dell’ammonimento. Anche nell’ambito del Centro di ascolto Caritas, dove l’accoglienza è amorevole e non giudicante, la correzione mira ad aiutare la persona a capire la natura del suo errore, per ripartire e iniziare a vivere in maniera più autentica.

Se nemmeno il coinvolgimento dei testimoni fosse propizio allo scopo, il Signore indica una terza modalità: «Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità», la quale avrà modo di comprendere che l’atto di correggere fraternamente chi sbaglia esprime la nobiltà d’animo e l’amicizia per un fratello che è incappato nel peccato e merita di essere accompagnato nel cammino di conversione al bene. È ciò che avviene in ogni servizio che la Caritas diocesana mette a disposizione; attraverso la sua funzione prevalentemente pedagogica, infatti, si propone l’obiettivo di coinvolgere la comunità cristiana e civile attraverso l’animazione e la formazione affinché sia educata alla carità, alla giustizia e alla corresponsabilità.

Nel caso in cui la correzione da parte della comunità non riuscisse a smuoverlo dalla sua condotta errata, il Signore ci dice «… sia per te come il pagano e il pubblicano»; ovvero come una persona meritevole di considerazione e misericordia, di orientamento verso la retta via e la conversione, per cui pregare maggiormente, da guardare con lo stesso sguardo di Dio. E noi, come reagiamo di fronte a chi ci vuole correggere? siamo sempre pronti ad accogliere l’ammonimento riconoscendolo come un’attenzione amorevole nei nostri confronti? L’atto del correggere, infatti, non riguarda solo l’altro che sbaglia. È sempre Matteo (7,1-5) che nelle parole di Gesù ci ricorda che siamo degli ipocriti quando osserviamo la pagliuzza nell’occhio del fratello senza accorgerci della trave che sta nel nostro occhio. È un chiaro invito, anche e soprattutto nel tempo di Quaresima, a far spazio alla verità nella propria vita, a saper seguire la via indicata dal Signore, la strada giusta da percorrere non in solitudine ma insieme ai nostri fratelli, amandoci gli uni gli altri, come Lui ha amato noi.

Emanuela Frau

La responsabilità dei cristiani di fronte alla guerra

Foto di Viktor Solomonik

Il conflitto iniziato a fine febbraio, con l’attacco israelo-statunitense in Iran, ha già provocato migliaia di vittime, la maggior parte delle quali civili. Di fronte a questo scenario si continua a seguire il succedersi degli eventi quasi con rassegnazione e con una subdola abitudine che rischia di trasformarsi in attitudine all’indifferenza. Eppure, come ci ha ricordato anche il pontefice in occasione dell’Angelus di domenica 22 marzo, non possiamo «rimanere in silenzio di fronte alla sofferenza di così tante persone, vittime inermi di questi conflitti. Ciò che li ferisce, ferisce l’intera umanità. La morte e il dolore provocati da queste guerre sono uno scandalo per tutta la famiglia umana e un grido al cospetto di Dio!».

Il moltiplicarsi dei conflitti in diverse parti del mondo suscita sempre più sentimenti contrastanti: da un lato ci si sente impotenti di fronte ad eventi che risultano essere non alla portata dei singoli; dall’altro lato si rischia di provare una sostanziale indifferenza, tanto più se quegli eventi si collocano geograficamente e culturalmente lontano dal nostro orizzonte. Eppure, per i cristiani i criteri per porsi di fronte alle guerre restano sempre molto chiari e in grado di richiamare alla responsabilità su più livelli.

Come prima cosa va richiamata la radice evangelica della pace come vocazione, come vero e proprio punto di partenza. Nel Vangelo di Matteo (5,3-12), fra le beatitudini indicate da Gesù nel cosiddetto “discorso della montagna”, viene fatto esplicito riferimento al tema della pace come chiamata decisiva, non come un qualcosa di accessorio nella vita di fede. “Beati gli operatori di pace” è un invito a spezzare radicalmente la logica della violenza, la quale non può essere mai considerata una soluzione desiderabile e neppure può giustificare moralmente – come si tenta di ripetere anche al giorno d’oggi – dottrine del passato che richiamano al concetto di “guerra giusta”, all’esercizio della forza (che si risolve per lo più in prepotenza e prevaricazione) per garantire la pace.

Per ogni cristiano esiste anzitutto un livello di responsabilità spirituale. La preghiera non è mai una fuga mundi, non è evasione dalla realtà, diventando alibi per il disimpegno e l’indifferenza. Anche in ambito non cristiano, la dimensione contemplativa è apertura al mondo e non chiusura. Di fronte alle tragedie umane provocate dalle guerre è un modo potente – il più potente – per farsi carico della sofferenza disponendosi alla ricerca di un significato. La preghiera serve a mantenere viva l’attenzione del cuore e a nutrire la speranza; serve a ricordarci che la pace è anzitutto dono prima di essere il frutto di un’azione umana. È ancora il Papa, nel citato angelus di domenica 22, a rinnovare con forza «l’appello a perseverare nella preghiera, affinché cessino le ostilità e si aprano finalmente cammini di pace fondati sul dialogo sincero e sul rispetto della dignità di ogni persona umana».

Esiste poi una responsabilità sotto il profilo etico, che rifiuta la retorica dell’odio e delle contrapposizioni ideologiche che non guardano all’umano. Sotto questo profilo va detto che sempre più si assiste ad affermazioni proferite dai cosiddetti “grandi della Terra” che esaltano la prevaricazione, il principio della forza militare; che disumanizzano gli avversari e spesso irridono quanti si schierano genuinamente sul piano della nonviolenza e della pace. Rispetto a ciò il cristiano dovrebbe distinguersi per la mitezza, per il rispetto dovuto ad ogni essere vivente, per il desiderio mai sopito di coltivare una cultura della pace nelle relazioni quotidiane (in famiglia, nei luoghi di lavoro, a scuola, negli stessi ambienti ecclesiali); perché ama la verità e la giustizia e non confida nei potenti, come ci ricorda il Salmo 146 (145).

Esiste poi una responsabilità sociale, che consiste nell’impegnarsi insieme ad altri – soprattutto in chiave preventiva – in esperienze concrete di dialogo, di mediazione e di cooperazione leale tra i popoli; nella difesa dei diritti umani e della dignità di ogni persona; come insegna il Vangelo, anche rispettando il “nemico”.

Vi è poi un livello di responsabilità politica, la quale non significa necessariamente schierarsi con un partito o con un altro, ma promuovere istanze politiche che inducano i governi a prevenire i conflitti con azioni diplomatiche e di cooperazione, richiamando tutti, incessantemente, al rispetto del diritto internazionale; significa vigilare costantemente sulle scelte dei governi e incoraggiarli ad intraprendere percorsi di difesa nonviolenta, civile e sociale. Tutto il contrario di quanto sta avvenendo in questi tempi, con una nuova ed inquietante corsa agli armamenti.

Al giorno d’oggi la responsabilità dei cristiani di fronte alla guerra risulta ancora più impellente, proprio perché se è vero che lo scenario internazionale è divenuto più complesso è altrettanto vero che l’impegno nel proteggere i più deboli e i più vulnerabili non è mai venuto meno. Così come è sempre urgente l’impegno nel denunciare le ingiustizie in ogni ambito della vita, rimuovendone contemporaneamente le cause; l’impegno nell’abbattere i muri dell’odio, costruendo ponti di dialogo; l’impegno personale, anzitutto, nell’essere segno di unità e testimoni credibili di una pace che viene da Dio.

Raffaele Callia

Nuovo corso base di formazione per volontari e operatori pastorali delle Caritas parrocchiali (sessione primaverile 2026)

La Caritas diocesana di Iglesias propone un nuovo percorso di formazione base per volontari, destinato a coloro che intendono impegnarsi nella testimonianza della carità, svolgendo un servizio qualificato.

La formazione è certamente essenziale per coloro che intendono dedicarsi al prossimo, impegnandosi nei diversi servizi caritativi. Ancor più imprescindibile è l’essere consapevoli che la fonte da cui scaturisce la vocazione alla prossimità è l’Amore di Dio, che come figli abbiamo ricevuto e da fratelli possiamo donare a chi vive nella fragilità e povertà. Per promuovere e accrescere questa consapevolezza, la Caritas diocesana propone anche per il 2026 alcune sessioni formative per nuovi volontari e operatori pastorali delle Caritas parrocchiali che, anche attraverso un servizio volontario, vogliano offrire testimonianza comunitaria della carità, realizzando così la prevalente funzione pedagogica della Caritas.

Il percorso formativo, costituito da 6 incontri (moduli) e una visita ai servizi diocesani, è strutturato nel seguente modo:

MODULO TEMATICHE  Dove e quando
1 Conoscenza dei partecipanti.  Una conoscenza personale su “che cos’è la testimonianza della Carità e che cosa non è; quali sono i motivi che ci spingono a fare volontariato”. “Ogni uomo è una storia sacra”. Lavoro di gruppo a partire da un contributo video.

 

Auditorium Palazzo vescovile

Lunedì 27 aprile, ore 15.30-18.00

2 Elementi teologico-pastorali, aspetti costitutivi e identitari sulla Caritas, partendo dalla Sacra Scrittura e dai documenti Evangelizzazione e Testimonianza della Carità; La Carta pastorale; La Caritas parrocchiale.

 

Auditorium Palazzo vescovile

Lunedì 4 maggio, ore 15.30-18.00

3 Cinquant’anni di Caritas, a partire dall’art. 1 dello Statuto (la “prevalente funzione pedagogica”). Testimonianze video di vari direttori e altri protagonisti in 50 anni di servizio. L’ascolto come dimensione propedeutica a qualunque servizio caritativo.

 

Auditorium Palazzo vescovile

Lunedì 11 maggio, ore 15.30-18.00

4 L’osservazione del disagio attraverso l’ascolto delle storie di vita. Come ascoltare le richieste, leggere i bisogni e orientarsi negli interventi. L’importanza di lavorare in rete.  Come lasciare “traccia” dell’ascolto delle storie di vita. Il Centro di ascolto: funzione e compiti (come testimoniare la carità nella comunità). Spunti per la progettazione socio-pastorale.

 

Auditorium Palazzo vescovile

Lunedì 18 maggio, ore 15.30-18.00

5 L’Osservatorio delle Povertà e delle Risorse: funzione e compiti. Accenni su Ospoweb e Osporisorse (quale aiuto per la comunità; quale animazione possibile). Dal locale al globale, dalla carità alla giustizia: l’educazione alla giustizia, alla pace e alla mondialità (il GDEM, funzioni e compiti). Gestione e rendicontazione amministrativa delle risorse. La Comunicazione (funzione e metodo).

 

Auditorium Palazzo vescovile

Lunedì 25 maggio, ore 15.30-18.00

6 Ascoltare, osservare e discernere per animare la comunità. Privacy, tutela dei minori e degli adulti vulnerabili (secondo le indicazioni di Caritas Internationalis e Caritas Italiana). Verifica sul corso e indicazioni su possibili ambiti di impegno per il futuro.

 

Auditorium Palazzo vescovile

Lunedì 1° giugno, ore 15.30-18.00

7 Visita ad alcune “opere segno“ della Caritas diocesana, accompagnati dagli operatori esperti.

 

Da stabilire

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Si chiede agli interessati di inviare le adesioni alla direzione della Caritas diocesana entro il 15 aprile 2026 al seguente indirizzo di posta elettronica: direttrice@caritasiglesias.it comunicando il nome, il cognome e il numero di telefono.

La Caritas diocesana

Quei corpi restituiti dal mare ci raccontano un’altra storia

Sono giorni particolarmente tesi per il dibattito politico italiano, con una dialettica divenuta quasi manichea per via del prossimo referendum costituzionale confermativo o sospensivo, rispetto a cui i cittadini italiani saranno chiamati ad esprimersi i prossimi 22 e 23 marzo.  Anche temi apparentemente distanti, come il recente provvedimento del Tribunale di Roma con cui il Ministero dell’Interno è stato condannato al risarcimento dei danni nei confronti di un cittadino algerino presente in modo irregolare sul territorio italiano, è divenuto motivo per schierarsi a favore o contro il referendum in questione.

Eppure, le notizie sul fronte migratorio che andrebbero raccontate con quel residuo di umanità cui si fa appello in un’epoca così buia, dovrebbero essere ben altre. È solo grazie alle cronache riportate dai giornali Avvenire e il Manifesto che un distratto lettore italiano può sapere che, tra il 6 e il 17 febbraio, almeno 13 corpi sono riaffiorati lungo le coste occidentali di Sicilia e Calabria: diversi attorno a Pantelleria; uno a San Vito Lo Capo, uno a Marsala e un altro davanti all’isolotto della Colombaia, a Trapani. In Calabria i ritrovamenti sono avvenuti a Scalea, Amantea, Tropea e Paola.

Sono i macabri ritrovamenti avvenuti in modo casuale da parte di passanti intenti a passeggiare placidamente lungo la spiaggia e turbati improvvisamente dalla comparsa di corpi smembrati, ridotti a una consistenza più simile a tronchi d’albero che a essere umani. Il mare ha così restituito al genere (poco) umano il risultato della sua indifferenza rispetto alla disperazione dei propri simili. Il recente ciclone Harry, che ha devastato l’ambiente e provocato danni economici importanti a tante attività imprenditoriali, è lo stesso che ha messo a repentaglio la vita di circa mille persone che viaggiavano su barche di fortuna nel Mediterraneo centrale e che, al posto della fortuna verso un futuro migliore, hanno trovato una morte orribile in un clima di indifferenza generale da parte di un’opinione pubblica troppo concentrata a guardare il proprio ombelico. Come ha scritto recentemente il direttore del magazine Vita, Stefano Arduini, «i corpi che stiamo trovando lungo le coste tirreniche della Calabria e della Sicilia occidentale sono stati sospinti prima verso Nord dal ciclone, poi verso Est, poi verso costa. Una traiettoria che la fisica del mare ha tracciato mentre noi guardavamo altrove. Mentre il governo esultava per la riduzione degli sbarchi nel primo mese e mezzo del 2026».

Viene da chiedersi: alle istituzioni e all’opinione pubblica del nostro Paese interessa davvero quanto sta avvenendo nel Mediterraneo? Diamo ancora valore alla dignità della persona? La nostra coscienza si sente interpellata dal dolore di un altro essere umano, al di là degli aspetti giuridici, della opportunità – o peggio ancora – della convenienza di qualche calcolo politico ed economico?

A seguito della visione delle terribili immagini provenienti dal Sud Italia, dalla città tunisina di Sfax arriva un appello disperato: «aiutateci a identificare i corpi dei nostri cari». A parlare è il medico e attivista Ibrahim Fofanah, che durante il ciclone Harry — tra il 18 e il 20 gennaio — ha perso le tracce di cinque familiari, tra cui il figlio e la moglie. Le sue parole, raccolte da “Refugees in Libya” e rilanciate da “Mediterranea Saving Humans”, rappresentano la voce di centinaia di famiglie che temono il peggio. Infatti, durante i giorni del ciclone Harry, tra il 16 e il 23 gennaio scorsi, circa mille persone sarebbero partite da Sfax, spinte anche dalla violenza della polizia tunisina. Molte imbarcazioni non sono mai arrivate a destinazione. Inizialmente si parlava di 380 dispersi, ma le testimonianze dei sopravvissuti lasciano intravedere una disgrazia molto più grave.

Con tutto il carico drammatico di un’ennesima vicenda così dolorosa, quei corpi restituiti dal mare sulle coste italiane ci pongono di fronte a una narrazione ben diversa delle migrazioni: una storia per lo più oscurata mediaticamente e molto distante da quella propostaci ossessivamente da certa propaganda.

Raffaele Callia

Il messaggio del Vescovo Mario alla diocesi di Iglesias per la Quaresima 2026

Foto di Thays Orrico su Unsplash

Le ceneri per un verso richiamano ciò che rimane della nostra carne dopo questa nostra esperienza terrena, per altro verso sono simbolo non di morte ma di vita: nell’antichità i contadini le spargevano nei campi per rendere la terra più fertile. Sono quel che rimane quando non abbiamo più nulla, il minimo; ma da qui riparte la vita. Per questo le ceneri sono il segno del periodo di Quaresima: tempo di penitenza e di conversione da una parte; ma dall’altra cammino di vita nuova e di speranza verso la gioia pasquale.

In questo anno pastorale stiamo riflettendo sulla vita della comunità cristiana, lasciandoci guidare in modo particolare dal cosiddetto “discorso sulla chiesa” di Mt 18. In occasione del convegno ecclesiale, fratel Sabino Chialà ci ha aiutato a comprendere meglio il testo, suddividendolo in due parti: la prima comprendente le azioni che minacciano la comunità, espresse dai verbi “gareggiare”, “scandalizzare” e “disprezzare”; la seconda con i verbi che invece edificano la vita della Chiesa, cioè “correggere”, “pregare”, “perdonare”.

Sono i verbi della nostra Quaresima! Sarebbe bello che ciascuna nostra comunità in questo tempo possa riflettere su di essi. Sembrano fatti apposta per noi: la Quaresima ha 5 settimane, più la “grande settimana”, quella della Passione -Morte-Risurrezione. Ogni settimana possiamo riflettere su uno di questi verbi nei nostri incontri e nelle nostre liturgie. Anche il nostro settimanale diocesano ci aiuterà in questo cammino. Tradizionalmente questo è il tempo dei “no” e dei “sì”: nelle prime tre settimane possiamo dire “no” al gareggiare, scandalizzare e disprezzare; nelle altre tre diremo “sì” al correggere, pregare e perdonare. Invito tutti e tutte a seguire questo cammino.

Così a Pasqua celebreremo la vita nuova anche della nostra Chiesa! Buona Quaresima.

don Mario

Ad Atene e a Tinos, un incontro tra Chiese sorelle e Caritas gemellate

Nell’ambito del gemellaggio tra la Caritas greca (Hellas) e quella sarda, avviato oramai 9 anni fa e rafforzatosi ulteriormente in occasione del 50° di fondazione della Caritas in Italia, una piccola Delegazione regionale della Caritas Sardegna, composta dal delegato regionale, don Marco Statzu, e dal responsabile del Servizio studi e ricerche, Raffaele Callia, ha proposto un percorso intensivo di formazione per formatori in due sessioni: ad Atene (per i collaboratori dell’Arcidiocesi di Atene), il 3 e 4 febbraio, e nell’isola di Tinos (per i collaboratori dell’Arcidiocesi di Nasso, Andro, Tino e Micono), il 5 e 6 febbraio 2026.
L’obiettivo formativo, condiviso con le Chiese greche gemelle coinvolte, è quello di favorire la condivisione di esperienze e strumenti formativi al fine di preparare dei formatori greci che abbiano il compito, a loro volta, di formare altri operatori volontari con competenze di animazione pastorale, valorizzando in modo particolare il ruolo del laicato, segnatamente quello costituito dai giovani.
È bene ricordare che storicamente la realtà della Chiesa cattolica in Grecia – per lo più concentrata nella capitale – è quella di una Chiesa di minoranza (circa 200.000 fedeli), essendo la Chiesa ortodossa (riconosciuta come Chiesa di Stato) preponderante numericamente. Peraltro, ai cattolici greci si aggiunge un significativo numero di cattolici stranieri, in particolare albanesi e filippini. È questo un dato ineludibile per comprendere le caratteristiche peculiari del cattolicesimo in Grecia oggi, unitamente alle caratteristiche geografiche di un Paese fatto di vaste e diversificate realtà continentali, migliaia di chilometri di costa e diversi arcipelaghi di isole che corrispondono ad altrettante e diversificate realtà culturali ed ecclesiali.
Presente anche l’arcivescovo di Atene, il gesuita mons. Theodoros Kontidis, al corso tenutosi nella capitale hanno preso parte diversi parroci, viceparroci, diaconi, seminaristi e collaboratori laici della Caritas diocesana di Atene e delle Caritas parrocchiali della capitale. La partecipazione è stata assidua e costante da parte di tutti, tenuto conto dei ritmi particolarmente serrati. I contenuti formativi hanno permesso di spaziare dagli aspetti riguardanti il discernimento vocazionale che è opportuno offrire a quanti chiedono di dedicarsi a un servizio caritativo, agli aspetti costitutivi della carità nella vita della Chiesa; dalla storia, la natura e lo statuto della Caritas in Italia agli aspetti essenziali riguardanti il rapporto tra la carità, la Parola di Dio e il Magistero sociale della Chiesa universale e italiana. Non sono mancati gli approfondimenti sull’importanza dell’ascolto in tutti i servizi ecclesiali, segnatamente in quelli caritativi, con esercitazioni, gruppi di lavoro e restituzioni in plenaria che hanno permesso di mettere a confronto punti di forza e debolezze delle esperienze caritative in ambito locale.
Così come in Italia, anche le Caritas presenti ad Atene registrano le stesse caratteristiche: scarsità di volontari, età media degli stessi assai elevata, scarsa partecipazione da parte dei giovani. Non molto diversi gli ambiti di impegno rispetto al nostro Paese: ascolto e osservazione delle povertà; distribuzione di viveri e generi di prima necessità; mensa per i poveri; sostegno economico; servizio ai detenuti e alle persone sottoposte a misure alternative alla detenzione; consulenza e orientamento.
Se è vero che in Italia la formazione (anche spirituale) rappresenta un aspetto primario dell’azione della Caritas, coerentemente con la propria prevalente funzione pedagogica, in Grecia tale preoccupazione non viene ancora assunta come propedeutica all’azione concreta degli operatori. È questo un aspetto emerso in modo particolare in sede di valutazione finale del corso, con la richiesta di un sostegno formativo che possa durare nel tempo anche grazie al gemellaggio.
La valutazione finale, effettuata tramite un questionario, ha permesso di registrare un significativo entusiasmo ed interesse da parte dei partecipanti, i quali hanno espresso il desiderio di continuare a formarsi, consapevoli delle proprie potenzialità e dei propri limiti, oltre che confermati nella vocazione al servizio della testimonianza della carità.
Conclusa la formazione ad Atene il 4 febbraio, la piccola delegazione sarda si è poi trasferita con un viaggio in traghetto a Tinos, dove ha avuto modo di incontrare e conoscere un’altra realtà di Chiesa e di Caritas, desiderosa di confrontarsi con l’esperienza delle Caritas sarde e con la loro proposta formativa. Diversi anche in questo caso i partecipanti fra sacerdoti, religiosi, religiose e laici, con la presenza, dall’inizio alla fine della formazione, dell’ordinario dell’arcidiocesi, mons. Josif Printezis, e dall’arcivescovo emerito di Atene, nonché Amministratore apostolico di Siros, mons. Sevastianos Rossolatos.
L’isola delle Cicladi da noi visitata fa parte dell’arcidiocesi di Naxos, Andros, Tinos e Miconos, ed è composta anche da alcune altre isole, contando in totale meno di cinquemila cattolici, la maggioranza dei quali risiede proprio a Tinos.
Una realtà molto diversa da quella urbana, dunque, composta da piccolissime comunità parrocchiali (talvolta anche di dieci fedeli) e dispersa nelle isole. Questo implica che il vescovo e i sacerdoti debbano spostarsi con i traghetti pubblici per visitare le comunità, risultando soggetti alle intemperie, ai possibili scioperi, alle traversate lunghe, e in generale alle difficoltà della mobilità in un grande arcipelago.
Una situazione che rende difficile l’incontro, ma che tuttavia, soprattutto a Tinos, vede una Caritas diocesana attiva e vivace, che si interessa delle difficoltà degli abitanti, senza distinzione di confessione religiosa, che anima anche la vita dell’Isola promuovendo momenti di preghiera e di convivialità in occasione di alcune feste, e che da alcuni anni, anche grazie al contributo di Caritas Italiana e Caritas Reggio Calabria, ha creato un centro d’ascolto e ha ristrutturato un locale, dentro una più ampia proprietà appartenuta alle suore Orsoline, per farne un luogo di ritrovo serale molto apprezzato dagli abitanti, e affidato in gestione a una famiglia del luogo.
Colpisce molto il desiderio di testimoniare il vangelo e di essere presenti con fedeltà a sé stessi, alla propria storia e alla propria chiamata di battezzati, dentro dinamiche di minoranza/maggioranza non sempre facili e fraterne, e di essere anche d’aiuto con la carità fraterna alle persone che soffrono.
La Delegazione regionale Caritas Sardegna, dopo questo primo step della “formazione per formatori”, continuerà ad offrire supporto nella fase di monitoraggio dei processi formativi e di verifica circa l’efficacia degli stessi, in modo che ci sia una continuità di azione nel lungo periodo, sostenendo nuovi formatori che formeranno altrettanti formatori a beneficio della Chiesa cattolica in Grecia.

Raffaele Callia – Marco Statzu
(tratto da www.caritassardegna.it)