In questi giorni il dibattito pubblico e politico è tornato a infiammarsi attorno al tema della scuola e dell’integrazione, spinto dal recente decreto-legge il quale prevede che, nella scuola primaria, gli alunni con cittadinanza non italiana che non sono nati in Italia o non hanno frequentato almeno due anni di scuola dell’infanzia non possano superare il 30 per cento degli alunni di ciascuna classe prima.
La narrazione a supporto di tali provvedimenti fa leva sulla percezione di un’emergenza imminente, evocando il rischio di aule sovraffollate, difficoltà d’integrazione e perdita dell’identità culturale. Tuttavia, quando le opinioni vengono messe a confronto con la concretezza dei dati ufficiali, il quadro reale si rivela nettamente diverso. È quanto emerge dall’analisi dei dati forniti dal MIUR (Ufficio studi e programmazione) relativi alle scuole sarde, i quali – almeno per quanto riguarda l’Isola – smentiscono la fondatezza delle paure agitate nei dibattiti mediatici. Osservando la realtà scolastica sarda il primo elemento che emerge con forza è la dimensione del tutto contenuta del fenomeno. Gli studenti con cittadinanza non italiana iscritti negli istituti dell’isola rappresentano appena il 3,2% della popolazione scolastica complessiva, con un’incidenza che raggiunge il suo valore massimo, pari al 3,6%, nella scuola primaria (una percentuale ampiamente lontana dal citato limite del 30%).
Inoltre, questi numeri vanno inseriti nel contesto di un drammatico spopolamento: tra gli anni scolastici 2014/2015 e 2024/2025, il totale degli iscritti nelle scuole sarde è crollato di 41.843 unità, passando da 225.224 a 183.381 alunni, con una contrazione del 18,6%. Nello stesso decennio, gli iscritti stranieri sono cresciuti del 15,7%, passando da 5.144 a 5.953 presenze. L’apporto dei minori stranieri non costituisce una minaccia di saturazione delle classi, rappresentando semmai un fattore demografico prezioso per contrastare lo spopolamento e la chiusura dei plessi scolastici nei territori. Le scuole che chiudono sono comunità che muoiono.
Un secondo aspetto fondamentale riguarda la quota degli studenti iscritti nelle scuole sarde nati direttamente in Italia. Dei 5.953 alunni stranieri registrati nell’anno scolastico 2024/2025, ben 3.231 sono nati sul territorio nazionale, ossia oltre il 54% del totale. Dieci anni prima, nel 2014/2015, i nati in Italia tra gli iscritti stranieri erano 1.860 su 5.144. Questo dato evidenzia come la maggior parte dei cosiddetti “studenti stranieri” appartenga in realtà alle seconde generazioni, nate e cresciute nel nostro Paese, con l’italiano come madrelingua di fatto e con una totale continuità didattica. Trattare questi ragazzi come elementi estranei o come fonte di disagio didattico significa ignorare la realtà di un’integrazione già avvenuta nei fatti all’interno del tessuto sociale locale.
Anche l’ipotesi di interventi volti a inibire l’uso del burqa e del niqab appare sconnessa dalla reale composizione culturale degli studenti. I dati del Miur mostrano infatti che la comunità straniera più numerosa nelle scuole sarde è quella romena, con 862 iscritti (pari al 14,5% degli stranieri totali), concentrati prevalentemente nelle scuole del Sassarese con 631 presenze. Si tratta di una collettività europea e di tradizione cristiana. Seguono gli studenti marocchini con il 13,9%, quelli cinesi con l’8,5% e gli studenti ucraini che rappresentano il 6,0%. Completano il quadro le comunità senegalese (5,7%), filippina (5,1%) e albanese (3,8%).
La variegata mappa delle cittadinanze conferma che l’immigrazione scolastica sarda è plurale e in gran parte europea e cristiana, rendendo il dibattito sui veli integrali una pura speculazione teorica attorno a casi inesistenti nelle aule scolastiche.
La distribuzione nei diversi ordini di studio conferma l’orientamento positivo e l’integrazione profonda di questi ragazzi. Gli alunni stranieri si dividono per il 31,7% nella scuola primaria, il 31,2% nella secondaria di secondo grado, il 22,0% nella secondaria di primo grado e il 15,2% nell’infanzia. Tra i 1.857 iscritti alle superiori, la maggior parte sceglie i licei (826 studenti, pari al 44,5%), seguiti dagli istituti tecnici (36,0%) e da quelli professionali (19,5%). L’elevata adesione ai percorsi liceali testimonia la forte inclinazione verso la continuità degli studi e la formazione qualificata.
In questo contesto, la scuola si conferma il pilastro insostituibile su cui fondare un’integrazione autentica e duratura. Investire nei percorsi scolastici e accogliere gli studenti stranieri non costituisce soltanto una risposta al declino demografico, ma rappresenta una condizione indispensabile per garantire la sicurezza sociale, la coesione e la pacifica convivenza di domani. In un Paese caratterizzato da un progressivo invecchiamento della popolazione, la società italiana non può più fare a meno del contributo delle nuove generazioni di origine straniera se intende assicurarsi un futuro di crescita e sostenibilità. Educare insieme tra i banchi di scuola i cittadini del domani è la sola strada maestra per trasformare le paure immotivate in un’opportunità concreta di coesione e civiltà.
Raffaele Callia









