Sono giorni particolarmente tesi per il dibattito politico italiano, con una dialettica divenuta quasi manichea per via del prossimo referendum costituzionale confermativo o sospensivo, rispetto a cui i cittadini italiani saranno chiamati ad esprimersi i prossimi 22 e 23 marzo. Anche temi apparentemente distanti, come il recente provvedimento del Tribunale di Roma con cui il Ministero dell’Interno è stato condannato al risarcimento dei danni nei confronti di un cittadino algerino presente in modo irregolare sul territorio italiano, è divenuto motivo per schierarsi a favore o contro il referendum in questione.
Eppure, le notizie sul fronte migratorio che andrebbero raccontate con quel residuo di umanità cui si fa appello in un’epoca così buia, dovrebbero essere ben altre. È solo grazie alle cronache riportate dai giornali Avvenire e il Manifesto che un distratto lettore italiano può sapere che, tra il 6 e il 17 febbraio, almeno 13 corpi sono riaffiorati lungo le coste occidentali di Sicilia e Calabria: diversi attorno a Pantelleria; uno a San Vito Lo Capo, uno a Marsala e un altro davanti all’isolotto della Colombaia, a Trapani. In Calabria i ritrovamenti sono avvenuti a Scalea, Amantea, Tropea e Paola.
Sono i macabri ritrovamenti avvenuti in modo casuale da parte di passanti intenti a passeggiare placidamente lungo la spiaggia e turbati improvvisamente dalla comparsa di corpi smembrati, ridotti a una consistenza più simile a tronchi d’albero che a essere umani. Il mare ha così restituito al genere (poco) umano il risultato della sua indifferenza rispetto alla disperazione dei propri simili. Il recente ciclone Harry, che ha devastato l’ambiente e provocato danni economici importanti a tante attività imprenditoriali, è lo stesso che ha messo a repentaglio la vita di circa mille persone che viaggiavano su barche di fortuna nel Mediterraneo centrale e che, al posto della fortuna verso un futuro migliore, hanno trovato una morte orribile in un clima di indifferenza generale da parte di un’opinione pubblica troppo concentrata a guardare il proprio ombelico. Come ha scritto recentemente il direttore del magazine Vita, Stefano Arduini, «i corpi che stiamo trovando lungo le coste tirreniche della Calabria e della Sicilia occidentale sono stati sospinti prima verso Nord dal ciclone, poi verso Est, poi verso costa. Una traiettoria che la fisica del mare ha tracciato mentre noi guardavamo altrove. Mentre il governo esultava per la riduzione degli sbarchi nel primo mese e mezzo del 2026».
Viene da chiedersi: alle istituzioni e all’opinione pubblica del nostro Paese interessa davvero quanto sta avvenendo nel Mediterraneo? Diamo ancora valore alla dignità della persona? La nostra coscienza si sente interpellata dal dolore di un altro essere umano, al di là degli aspetti giuridici, della opportunità – o peggio ancora – della convenienza di qualche calcolo politico ed economico?
A seguito della visione delle terribili immagini provenienti dal Sud Italia, dalla città tunisina di Sfax arriva un appello disperato: «aiutateci a identificare i corpi dei nostri cari». A parlare è il medico e attivista Ibrahim Fofanah, che durante il ciclone Harry — tra il 18 e il 20 gennaio — ha perso le tracce di cinque familiari, tra cui il figlio e la moglie. Le sue parole, raccolte da “Refugees in Libya” e rilanciate da “Mediterranea Saving Humans”, rappresentano la voce di centinaia di famiglie che temono il peggio. Infatti, durante i giorni del ciclone Harry, tra il 16 e il 23 gennaio scorsi, circa mille persone sarebbero partite da Sfax, spinte anche dalla violenza della polizia tunisina. Molte imbarcazioni non sono mai arrivate a destinazione. Inizialmente si parlava di 380 dispersi, ma le testimonianze dei sopravvissuti lasciano intravedere una disgrazia molto più grave.
Con tutto il carico drammatico di un’ennesima vicenda così dolorosa, quei corpi restituiti dal mare sulle coste italiane ci pongono di fronte a una narrazione ben diversa delle migrazioni: una storia per lo più oscurata mediaticamente e molto distante da quella propostaci ossessivamente da certa propaganda.
Raffaele Callia

Nell’ambito del gemellaggio tra la Caritas greca (Hellas) e quella sarda, avviato oramai 9 anni fa e rafforzatosi ulteriormente in occasione del 50° di fondazione della Caritas in Italia, una piccola Delegazione regionale della Caritas Sardegna, composta dal delegato regionale, don Marco Statzu, e dal responsabile del Servizio studi e ricerche, Raffaele Callia, ha proposto un percorso intensivo di formazione per formatori in due sessioni: ad Atene (per i collaboratori dell’Arcidiocesi di Atene), il 3 e 4 febbraio, e nell’isola di Tinos (per i collaboratori dell’Arcidiocesi di Nasso, Andro, Tino e Micono), il 5 e 6 febbraio 2026.




