Luci e ombre del Reddito di Cittadinanza da uno studio di Caritas Italiana

Il Reddito di Cittadinanza (RdC) è un sostegno economico ad integrazione dei redditi del nucleo familiare, che vuole essere anche una misura di politica attiva del lavoro, associando quindi il sostegno economico a un percorso di reinserimento lavorativo. Il beneficio assume la denominazione di Pensione di cittadinanza (PdC) se il nucleo familiare è composto esclusivamente da uno o più componenti di età pari o superiore a 67 anni. Il Reddito di Cittadinanza viene erogato ai nuclei familiari in possesso cumulativamente di diversi requisiti al momento della presentazione della domanda e per tutta la durata dell’erogazione del beneficio.

Da diverso tempo l’Ufficio politiche sociali e promozione umana di Caritas Italiana sta conducendo un monitoraggio proprio sul RdC. L’obiettivo della ricerca è quello di avere una solida base di dati per comprendere meglio il rapporto tra Caritas e beneficiari alla luce della nuova fase (Rdc e pandemia) per rendere più adeguati i servizi Caritas.

L’indagine, che viene divisa nelle fasi conoscitiva e operativa, ha un campione di 17 Caritas situate in diverse diocesi italiane (fra cui Iglesias) e 558 nuclei di beneficiari. La prima fase del monitoraggio è già stata portata avanti attraverso la somministrazione di questionari nei diversi Centri di ascolto. Degli intervistati la maggior parte vive in nuclei con minori, registra dei problemi economici, lavorativi, di salute, abitativi e legati all’immigrazione; problemi relazionali o legati agli effetti socio-economici della pandemia.

Dai questionari esaminati emerge che il 70% dei beneficiari non ha ricevuto alcun tipo di formazione e solo il 17,8% ha ricevuto offerte di lavoro dai Centri per l’impiego, mentre 2/3 hanno finalizzato l’offerta tramite canale informale (irregolare). Com’è noto il dibattito pubblico è tornato a concentrarsi sul Reddito di Cittadinanza per stigmatizzare gli effetti negativi che questa misura di sostegno al reddito e all’inclusione sociale avrebbe sulle imprese e sulla stessa ripresa economica. Si pensa infatti che i percettori del reddito (il cui importo medio, secondo il rapporto Inps, oscilla attorno ai 550 euro mensili per nucleo familiare percipiente) preferirebbero ricevere il denaro e rimanere tranquilli sul proprio divano, invece di accettare le mansioni di cui necessitano molte imprese (dando vita alla cosiddetta retorica dei lazy poor). Fortunatamente, questa è una vulgata che non convince e che non regge alla prova delle sperimentazioni che, nel corso dei decenni, hanno riguardato misure simili adottate sperimentalmente in Italia. Anzi, i dati di queste esperienze – al netto degli aspetti problematici e distorsivi della misura – sono assai incoraggianti, tanto più per un Paese che annovera l’emancipazione personale, in primis attraverso il lavoro, tra i principi che dovrebbero guidare l’azione dei poteri pubblici. Peraltro, l’autonomia di cui si discute dovrebbe essere salutata con favore da tutti, in una Repubblica democratica fondata sul lavoro.

Sono diversi gli effetti venutisi a creare con l’applicazione di tale misura, anche dal punto di vista della percezione pubblica. Si sono attivati, ad esempio, meccanismi di stigmatizzazione (di colpa/vergogna) rispetto alla ricezione di aiuto da parte della collettività, cui non si riesce a contraccambiare appieno. Tuttavia, le aspettative dei percettori sono ben diverse, come attestano le molte richieste di sostegno all’inserimento lavorativo a cui il dispositivo non riesce ancora a dare risposta. Si tratta, dunque, di una misura da tutelare e migliorare affinché non sia solo un sussidio ma anche un supporto concreto all’inserimento sociale e lavorativo. Aspetti sui cui anche l’ultimo Rapporto sulle povertà della Caritas diocesana di Iglesias si è soffermato (cfr. “Scenari di fragilità prima della pandemia”, consultabile attraverso il seguente link).

Queste indagini hanno consentito uno sguardo approfondito e dettagliato rispetto alla popolazione Caritas permettendo la definizione di categorie interpretative utili a leggere la complessità del «mondo della povertà». In ottica Caritas, si sono dimostrati strumenti utili per una riflessone interna rispetto ad una pluralità di aspetti, non solo conoscitivi, ma anche applicativi e pratici.

L’obiettivo di tali indagini è quello di permettere una migliore comprensione del rapporto tra Caritas e beneficiari alla luce del continuo evolversi delle povertà e per rendere più adeguati i servizi Caritas. Ci sono profili nuovi di povertà che sfuggono al sistema di welfare e su cui occorre ragionare; in particolare su come riorientare i servizi e le attività Caritas alla luce della copertura, efficacia e adeguatezza delle politiche contro le povertà esistenti. Ecco perché nei primi mesi del nuovo anno ci sarà la seconda fase del monitoraggio sul RdC, con l’intento di soffermarsi sulla rete dei servizi comunitari (come i servizi territoriali e i Centri per l’impiego), capire come si possono portare avanti i Puc (progetti utili alla collettività) e offrire un approfondimento sulla povertà educativa minorile.

Sara Concas

Dono per gli altri come vocazione

Anna Franca Manca, Coordinatrice diocesana dei Centri di ascolto

«La vocazione mi è stata trasmessa dai miei genitori e dai miei nonni, poi è maturata in età adulta; arriva già da quando si è bambini». Ne è convinta Anna Franca Manca, che, con un grande sorriso accogliente, ci racconta la sua chiamata al servizio degli altri.

Infermiera in pensione da qualche anno, attraverso la sua esperienza professionale ha imparato che ciascuno ha bisogno del prossimo e può farsi dono per gli altri. Oggi, anche grazie al servizio come Coordinatrice diocesana dei Centri di ascolto, ha maturato la consapevolezza che siamo tutti creature di un Amore grande. Ammette che non mancano i momenti di prova: «in questo fare per gli altri c’è anche la fatica, il turbamento e i dubbi, che però fanno crescere. Spendere la vita per gli altri – aggiunge – ti dà gioia nel cuore. Tutto questo si chiama carità».

Per Anna Franca è sempre il momento giusto per fare il bene: nella quotidianità per poterne apprezzare i frutti nel presente e nel futuro. «È inutile fare volontariato se poi in famiglia prevale l’arroganza e non l’amore che bisogna curare sempre, anche nelle relazioni intra-familiari». Per lei il prendersi cura degli altri è prendersi cura anche di sé; stare in relazione col prossimo dà l’opportunità di cambiare, migliorarsi e mettersi in gioco. Con l’arrivo della pensione ha potuto realizzare un desiderio che coltivava da tempo. «Mi sono avvicinata alla Caritas proprio per poter ascoltare le persone; il Centro di ascolto era il posto più adatto a me; sono sicura che bisogna sapersi ascoltare per poter ascoltare gli altri ed esserci per loro».

Durante la pandemia molti volontari anziani sono rimasti a casa per una comprensibile paura del contagio; lei ha accolto subito la loro fragilità ma non ha voluto chiudere il Centro perché era un momento delicato per tante persone che avrebbero chiesto una mano d’aiuto. «Non ero sola, alcune volontarie hanno continuato a prestare servizio con me; il resto del gruppo era comunque presente con la preghiera: ci sosteneva in questo modo». Nei momenti di stanchezza e sconforto capita che si senta scoraggiata, perché pretende che le cose siano fatte alla perfezione, ma poi si rasserena, anche al pensiero che il Signore le ha dato l’opportunità di aiutare il prossimo. «Lui per me ha fatto tanto. Lo penso crocifisso, morto per la mia salvezza; si è reso piccolo nell’Eucaristia, non lo posso tenere per me, lo devo dare agli altri. Tutto ciò che passa di bello in me è un dono che è giusto trasmettere».

Emanuela Frau

“Il servizio ai poveri come vocazione”. La riflessione del delegato regionale della Caritas per il Natale 2021

Il n. 3 della newsletter della Delegazione regionale Caritas Sardegna

Cosa spinge tante persone di diversa età, con un bagaglio di competenze diverse e con storie di vita differenti, a dedicare parte del proprio tempo, parte di se stessi – in alcuni casi interamente se stessi – per gli altri? Non lo si fa per guadagnarci qualcosa in termini economici (anzi, molto spesso ci si rimette di tasca propria); non si è spinti da smanie di protagonismo (altrimenti sarebbe vanità narcisistica e, peggio ancora, peccato d’orgoglio); non lo si fa nel tempo perso (anzi è necessario “perdere” del tempo per dedicarsi agli altri, molto spesso sacrificando famiglia e amicizie). E dunque qual è la leva che smuove, che dà la spinta affinché uomini e donne, giovani e meno giovani, si dedichino al volontariato?

Sono tante le persone che, anche nella nostra regione, si dedicano a qualche forma di impegno volontario, in un tessuto associativo cresciuto progressivamente e che ha senza dubbio arricchito le varie comunità. Si tratta di un fenomeno ampio, inquadrabile a stento nelle categorie giuridiche e amministrative del cosiddetto “Terzo Settore” (che affianca il pubblico e il privato), soprattutto alla luce della recente riforma in materia, tanto da far ipotizzare l’esistenza di un vero e proprio “Quarto Settore” per definire in modo esclusivo l’impegno organizzato di quanti si dedicano gratuitamente e senza alcun riconoscimento pubblico alla cura della comunità in senso lato.

Chi fa una significativa esperienza di volontariato, in particolare sul versante della prossimità sociale ed educativa, sa bene (e lo sanno tantissimi giovani che hanno fatto il Servizio civile) che è molto più ciò che si riceve di quanto si possa dare. È quasi un invito a rileggere le pagine evangeliche del miracolo dei pani e dei pesci e di come dal poco che si ha (e si è), grazie alla proprietà diffusiva dell’amore, sia possibile moltiplicare il bene e condividerlo.

Ecco perché in molti, seguendo il richiamo di San Paolo – Caritas Christi urget nos – nel porsi la domanda “chi te lo fa fare?” rispondono nei termini di una semplice e impegnativa vocazione: “è l’amore ricevuto da Dio che mi chiama e mi spinge ad amare gli altri”. Come dire che non siamo in grado di accogliere, ascoltare, curare le ferite se anzitutto non ci sentiamo piccoli noi per primi; se non ci sentiamo accolti, ascoltati e amati da Dio.

L’aver scelto per questo numero di ImpegnoCaritas l’icona dell’Annunciazione in prossimità del Natale ci ripropone un esempio sublime di risposta alla chiamata; una vocazione al servizio che è totale dono di sé: nella semplicità e nell’obbedienza al volere dell’Amato, fonte del vero Amore.

Raffaele Callia
Delegato regionale Caritas Sardegna

Le difficoltà delle famiglie straniere ad essere accolte nel nostro territorio

«… diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio»
(Lc 2,7).

Questo è riportato dall’evangelista Luca sulla nascita del nostro Salvatore, che andremo a celebrare tra poche settimane. In queste parole possiamo leggere la storia di tutte quelle persone che non riescono a trovare una dimora. Risulta naturale paragonare le vicissitudini affrontate dalla Sacra Famiglia con quelle quella di Sarah e William (usiamo dei nomi di fantasia, per tutelare la loro privacy).

Giunti in Italia dopo un lungo viaggio, nel 2015 Sarah e William iniziano la loro vita insieme nel nostro Paese. Nel loro percorso hanno due bambine, attualmente di 5 e 3 anni, nate in Italia. William ha trovato un lavoro che lo aiuta a sostenere la propria famiglia. Sarah si occupa egregiamente delle piccole: è formidabile nella gestione dell’economia domestica e, anche se ha difficoltà nell’apprendere l’italiano, lascia che le sue bimbe le facciano da maestre imparando così la lingua.

La verità è che questa famiglia, che abita in una casa senza un contratto d’affitto, da quasi sette mesi è alla ricerca di un appartamento il cui proprietario possa proporre loro un regolare contratto di locazione, a un prezzo equo, così da fornire il titolo necessario per il rinnovo del permesso di soggiorno. Sono disposti a pagare un equo affitto ma nessuno offre loro un regolare contratto di locazione. L’ostacolo – è paradossale affermarlo ma è proprio così – non è dato dagli stranieri ma dal fatto che esistano cittadini italiani, proprietari di casa, ed evasori fiscali.

Possedere una casa o prenderla in affitto è una necessità sacrosanta per poter godere di una vita autonoma e indipendente, specie con una famiglia a carico. Non tutti, però, riescono a soddisfare quel bisogno primario; e questo è vero sia per gli italiani che per gli stranieri. Questi ultimi, peraltro, per permanere in Italia, devono possedere un permesso di soggiorno, ma tra i requisiti è richiesto il possesso di un regolare contratto di affitto o di una propria abitazione.

Nell’ultimo anno il Centro d’ascolto per stranieri “Il Pozzo di Giacobbe” ha ricevuto costanti richieste di abitazioni da parte di famiglie straniere presenti in vari comuni della nostra Diocesi. Nella maggior parte dei casi si tratta di giovani coppie con bambini che, alla ricerca individuale di un appartamento, incontrano difficoltà ricorrenti.

Le motivazioni dietro questo rifiuto potrebbero essere l’affidabilità in merito alla regolarità nel pagamento dell’affitto, i diversi stili di vita; ma si tratta, in teoria, di preoccupazioni che sono ugualmente riconducibili ai cittadini italiani. In alcuni casi ci si può trovare di fronte a veri e propri pregiudizi nei confronti degli stranieri.

Non è poi da trascurare il forte richiamo degli affitti brevi a turisti che garantiscono un introito economico notevole, non sempre ottenuto nel rispetto dei criteri imposti dalla normativa fiscale.

Spesso questi pregiudizi non trovano riscontro nella realtà, ma inficiano la possibilità di una buona integrazione di queste famiglie nel contesto locale.

L’Avvento è oramai alle porte e non ci resta che pregare affinché la famiglia di Sarah e William e tutte le famiglie alla ricerca di un alloggio dignitoso possano trovare accoglienza.

Le volontarie del Centro d’ascolto per stranieri
“Il Pozzo Di Giacobbe”

Notizie buone e cattive dalla Conferenza dell’ONU sul clima

Per molti commentatori la XXVI Conferenza delle Nazioni Unite sul clima (Cop26) ha fatto parlare di sé più di quanto la Conferenza stessa abbia parlato concretamente delle emergenze climatiche. Tuttavia, per stabilire se davvero tale vertice sia stato un fallimento o un successo bisognerebbe stabilire cosa si intende esattamente con questi due termini.

È certo che diversi protagonisti del summit, tenutosi nella città scozzese dal 31 ottobre al 12 novembre, non hanno nascosto la propria delusione per gli esiti incerti del testo finale. Un risultato che tiene conto degli impegni a lungo termine sull’azzeramento delle emissioni di gas serra, assi diversi per obiettivo temporale e a seconda del contesto geo-politico di riferimento: UE e USA al 2050, la Cina al 2060 e l’India al 2070. D’altra parte sono stati proprio l’India e la Cina ad aver imposto di modificare il passaggio del testo in cui si chiedeva di eliminare l’uso del carbone, sostituendolo con un generico obiettivo a ridurlo. Ecco perché la maggior parte delle associazioni ambientaliste hanno definito il testo finale dell’accordo vago e inconsistente.

Peraltro, non sono mancate le preoccupazioni dei Paesi più esposti agli effetti del cambiamento climatico, i quali hanno protestato per la mancanza di strumenti risarcitori a motivo dei danni provocati dai Paesi industrializzati, per lo più responsabili delle emissioni di gas serra. I primi, infatti, avrebbero dovuto ricevere 100 miliardi di dollari all’anno per finanziare la transizione energetica (un impegno stabilito nel 2009 e mai rispettato). A Glasgow, invece, si è promesso di mobilitare circa 500 miliardi di dollari entro il 2025.

L’insuccesso più grosso è senza dubbio il non essere riusciti a dichiarare l’impegno di evitare che entro la fine del secolo la temperatura media globale aumenti di più di 1,5 gradi rispetto all’era preindustriale. A questo proposito le previsioni più pessimistiche, fra cui quelle elaborate dal gruppo di ricerca indipendente che cura il cosiddetto “Climate Action Tracker”, avvertono che le temperature globali potranno aumentare di almeno 2,4 gradi anche nel caso in cui gli impegni siano assunti pienamente a livello globale. E questo perché si giunge con almeno vent’anni di ritardo.

Altra incognita assai importante è legata al fatto che, al netto delle dichiarazioni roboanti, gli accordi raggiunti a Glasgow non sono vincolanti per gli Stati e non esistono meccanismi che di fatto li rendano cogenti.

Tra i successi ottenuti a Glasgow vi è anzitutto il fatto – non secondario – che l’emergenza climatica si è finalmente imposta come argomento assolutamente prioritario nel dibattito istituzionale a livello mondiale, dopo anni di scetticismo ai massimi livelli. L’accordo, giunto al termine di oltre due settimane di negoziati e sottoscritto da quasi 200 Stati, cita storicamente per la prima volta, in modo esplicito, la necessità di limitare l’impiego di combustibili fossili. Altri accordi importanti raggiunti a Glasgow sono quelli relativi alla riduzione del 30% delle emissioni di metano e quello per fermare la deforestazione (entrambi entro il 2030).

Dopo circa 20 anni il dibattito sull’emergenza climatica promosso in seno alla comunità scientifica e fatto proprio dalla società civile, si è finalmente trasformato in vera e propria priorità globale. La Cop26 lo ha ufficialmente certificato e ciò rappresenta un punto di non ritorno per l’intero pianeta.

Raffaele Callia

Le indicazioni del Vescovo per la V Giornata mondiale dei poveri

Domenica 14 novembre 2021 – Quinta Giornata mondiale dei poveri
Le indicazioni del Vescovo per vivere personalmente e comunitariamente la GiornataDomenica 14 novembre 2021, XXXIII domenica del Tempo Ordinario, anche la nostra Chiesa diocesana è chiamata a celebrare la quinta Giornata mondiale dei poveri, guidata dal messaggio del Papa dal titolo “I poveri li avete sempre con voi” (Mc 14,7) .
Anche per la nostra comunità si propongono occasioni di riflessione, gesti di solidarietà e momenti di preghiera, per i poveri e con i poveri.

Preghiera per i poveri e con i poveri
Per quanto possibile, nelle celebrazioni eucaristiche del 13 e del 14 novembre si condivida il messaggio del Santo Padre Francesco, il cui estratto sarà pubblicato nel nostro giornale diocesano. Si sviluppi in ogni caso una particolare attenzione a questi temi durante le celebrazioni eucaristiche e si contemplino delle specifiche intenzioni nella preghiera dei fedeli.
Il 14 novembre alle ore 18.00, presso la chiesa parrocchiale del Cuore Immacolato di Maria in Iglesias, sarà celebrata la Santa Messa in occasione della quale riceveranno il diaconato i seminaristi Diego Cerniglia e Leonardo Crobu. Facendo memoria della diaconia, la quale nella Chiesa dei primordi fu promossa per garantire il servizio ai poveri, nel rispetto delle norme sanitarie vigenti e considerando gli spazi disponibili, invito alla partecipazione gli operatori pastorali della Carità.

Inoltre, propongo alla comunità cristiana di promuovere delle adorazioni eucaristiche e di partecipare alle veglie di preghiera, da me presiedute, che si terranno:

  • a Carbonia, il 16 novembre (ore 19.00) presso la chiesa parrocchiale Beata Vergine Addolorata;
  • a Iglesias, il 17 novembre (ore 20.00) presso la chiesa cattedrale Santa Chiara.

Prossimità concreta per i poveri e con i poveri
Invito ogni battezzato e ogni comunità cristiana della nostra diocesi a lasciarsi coinvolgere con impegno non solo nella riflessione e nella preghiera ma anche nella solidarietà per i poveri. In questa prospettiva, esorto affinché nelle celebrazioni eucaristiche, prefestive e festive, le collette siano indirizzate al sostegno dei poveri delle comunità parrocchiali (valorizzando in particolare i servizi caritativi presenti) e del Fondo di Solidarietà diocesano. Si rammenta che quest’ultimo viene regolarmente adoperato per sostenere il microcredito rivolto a famiglie in difficoltà e incoraggiare piccole imprese, oltre che, sul fronte dell’occupazione, per favorire l’inserimento lavorativo di persone svantaggiate. Sappiamo bene come questo tempo di prova datoci dalla pandemia abbia generato nuove fragilità tra i nostri fratelli.
Siano promosse collette alimentari in tutte le parrocchie della Diocesi, destinandole alle famiglie bisognose delle rispettive comunità parrocchiali, anche in questo caso valorizzando in particolare i servizi caritativi presenti (Caritas parrocchiali, Volontariato Vincenziano, ecc.). Le parrocchie delle Foranie di Iglesias, Carbonia, Sant’Antioco e Sulcis potranno anche destinare i viveri raccolti ai rispettivi Empori della Solidarietà (Iglesias) e Centri unici di raccolta e distribuzione (Carbonia, Sant’Antioco e Narcao). Inoltre, si valorizzino anche iniziative che possano provenire dalla comunità civile e che ci ricordano il compito di dialogare e collaborare anche con altre realtà del territorio che si impegnano sul versante della solidarietà.

Maggiore consapevolezza sui poveri e sulle povertà
Con l’iniziativa “Vieni e vedi” si invitano i parroci a promuovere tra i fedeli delle rispettive comunità parrocchiali delle visite presso alcune delle opere-segno promosse nella nostra Chiesa diocesana. Alcune di esse, infatti, rimarranno aperte in determinati giorni e orari per consentire, attraverso il dialogo con i volontari presenti, di “venire e vedere” secondo l’esortazione evangelica. A seguire i servizi disponibili:

  1. Centro di ascolto diocesano “Marta e Maria” (Iglesias, via della decima 4): domenica 14 novembre, dalle 09.00 alle 12.00;
  2. Centro di ascolto interparrocchiale “Madonna del Buon Consiglio” (Carbonia, via Satta 150): sabato 13, dalle 09.00 alle 12.00;
  3. Emporio della Solidarietà (Iglesias, via Crocifisso 97): sabato 13, dalle 10.00 alle 12.30; domenica 14, dalle 10.00 alle 12.30;
  4. Centro unico di raccolta e distribuzione (Carbonia, via Lubiana 174): sabato 13, dalle 16.00 alle 19.00; domenica 14, dalle 09.30 alle 11.00.

Colgo l’occasione per ricordare che l’elenco completo dei servizi caritativi è consultabile al seguente link del portale della Caritas diocesana di Iglesias: https://www.caritasiglesias.it/contatti/

Il tema delle povertà è assai complesso e, come ci insegnano gli studi e le ricerche esistenti, è un fenomeno multidimensionale. In questo senso appare importante avere contezza della portata del fenomeno nella sua complessità, anche attraverso il servizio di quanti, all’interno della Chiesa, come nel caso della Caritas, ascoltano e osservano sistematicamente il disagio dei nostri fratelli. A questo proposito segnalo che la Delegazione regionale della Caritas, l’8 novembre p.v., presenterà a Cagliari il Report su povertà ed esclusione sociale in Sardegna 2021 (disponibile da quel giorno sul portale http://www.caritassardegna.it). Il tema di approfondimento dell’edizione di quest’anno è la povertà educativa, fenomeno cresciuto sensibilmente nell’anno della pandemia, della chiusura delle scuole e della novità della didattica a distanza.

Anche in questo tempo di perdurante prova, dovuto alla pandemia, sentiamo tutti l’urgenza di sviluppare una maggiore consapevolezza cristiana sui poveri e sulle povertà, anzitutto attraverso l’incontro quotidiano con quanti, con la propria debolezza e fragilità, esprimono il volto del Signore Gesù.

Iglesias, 2 novembre 2021
+ Giovanni Paolo Zedda

V Giornata mondiale dei poveri: tra vecchie e nuove povertà, alcune storie di fragilità accolte nella nostra diocesi

Così come nel resto della Sardegna e in tutta l’Italia, anche nel nostro territorio sono tante le persone che si sono rivolte alla Caritas per la prima volta durante la pandemia. Grazie alla testimonianza dei Centro di ascolto presenti in varie parti della diocesi, che hanno operato sempre in presenza, possiamo delineare meglio il profilo delle persone ascoltate. Contrariamente al dato regionale, le persone ascoltate sono nella maggior parte dei casi uomini; hanno un’età compresa tra i 40 e i 50 anni, per lo più senza un lavoro stabile, che si sono visti trascinati (molto spesso per la prima volta) in una dimensione in cui hanno fatto fatica ad assicurarsi una vita dignitosa. Una realtà di cui non siamo stati solo dei testimoni silenziosi ma ci siamo sentiti fortemente coinvolti. Abbiamo incontrato e ascoltato esperienze difficili. Abbiamo raccontato le loro storie, riuscendo a tracciare per molte famiglie una nuova strada verso la serenità.

Come nel caso di Cecilia (nome di fantasia), una ragazza di 32 anni con figli, con una separazione burrascosa; una persona molto provata: senza casa, senza sussidi, molto spaventata di non avere niente per i propri figli. Inizialmente viveva da un’amica. L’abbiamo accolta affinché si sentisse a casa, rassicurata per il fatto che tutto ciò che avesse voluto raccontare sarebbe rimasto tra noi, nel rispetto della legge sulla privacy. Dopo aver ascoltato la sua storia, i suoi bisogni e le sue richieste abbiamo iniziato a tracciare con lei una strada da seguire per aiutarla a superare la sua condizione di fragilità.

Grazie alla collaborazione con il volontariato vincenziano abbiamo fatto in modo che ricevesse una tessera per poter fare la spesa all’Emporio della Solidarietà, con la promessa di un impegno a cercare insieme una casa. Quel giorno Cecilia non ha risolto tutti i suoi problemi ma ha certamente riacceso la speranza e la voglia di ricominciare: è andata via più tranquilla. È tornata da noi dopo una settimana, dicendoci che stava lavoricchiando e che era contenta per aver ricevuto la tessera per l’Emporio. L’abbiamo invitata a recarsi al CAF per richiedere di poter accedere ai vari sussidi che spettavano per lei e i suoi figli. Inoltre, l’abbiamo esortata a continuare ad andare al Consultorio, per lei ma soprattutto per la figlia di cui era in attesa. Ha trovato una piccola casa e inizialmente l’abbiamo sostenuta per l’affitto. Ha trovato altri lavoretti e con il Reddito di cittadinanza riesce, seppur con molta fatica, a sostenere le varie spese della vita quotidiana. Finalmente la vita di Cecilia ha avuto un nuovo equilibrio, proprio grazie a un cambiamento che è partito da lei.

Anche al Centro di ascolto per stranieri le situazioni si sono aggravate a causa della pandemia. Alcune persone hanno perso il lavoro come mediatori culturali, cuochi o camerieri; inoltre, una quota rilevante viveva di commercio  ambulante. Questi ultimi, nello specifico, hanno dovuto cessare la propria attività non potendo vendere nulla a causa dei vari confinamenti. Tutto ciò ha finito per farli rimanere sostanzialmente senza reddito. La maggior parte di queste persone, infatti,  lavora nel commercio riuscendo così a mantenere la propria famiglia e a inviare delle rimesse in patria; ma a causa della quarantena il lavoro si è ridotto a tal punto da non riuscire più nemmeno ad acquistare i beni di prima necessità come cibo, prodotti per l’igiene personale e della casa. Di punto in bianco hanno dovuto spendere i pochi risparmi accumulati nel tempo, trovandosi con diversi fitti, bollette e imposte varie da pagare.

Sono solo degli esempi che possono servire a descrivere come abbiamo cercato di fare fronte contemporaneamente alla crisi sanitaria ed economico-sociale. Tramite queste esperienze abbiamo colto l’occasione per sentirci parte di una comunità che sa inventare nuove forme di prossimità, sollecitudine e generosità verso i più deboli. Tutto questo arricchisce il concetto di carità, la quale richiede di stabilire delle relazioni sempre più forti tra le persone.

Sara Concas
Osservatorio diocesano delle povertà e delle risorse

Report su povertà ed esclusione sociale in Sardegna 2021 e Rapporto annuale della Delegazione 2020-21

Lunedì 8 novembre 2021, in vista della V Giornata mondiale dei poveri indetta da Papa Francesco, alle ore 9.00 nella sala stampa del Seminario Arcivescovile di Cagliari (via mons. Cogoni, 9) si è svolta la conferenza stampa di presentazione del Report regionale su povertà ed esclusione sociale 2021 e del V Rapporto annuale 2020 – 2021 Contrastare la povertà educativa nell’epoca della pandemia. Attività, progetti ed esperienze formative, realizzati dalla Delegazione regionale Caritas Sardegna.

Sono state esaminate le problematiche emergenti relative alla povertà e ai bisogni rilevati sul territorio regionale nel 2020/2021, sulla base dei dati forniti dai Centri d’ascolto delle Caritas diocesane della Sardegna, strumenti privilegiati di incontro e osservazione del disagio. Oltre all’analisi delle povertà, è stata fornita anche la descrizione di alcune risposte progettuali proposte dalle Caritas diocesane dell’Isola sul versante della povertà educativa, avviate o proseguite nel corso dello stesso periodo.

Saluti
Don Marco Lai, direttore della Caritas diocesana di Cagliari

Introduzione
S.E. Mons. Giovanni Paolo Zedda, Vescovo di Iglesias e Delegato della Conferenza Episcopale Sarda per il Servizio della carità

 

 

Presentazione del “Report su povertà ed esclusione sociale in Sardegna 2021”
a cura di Raffaele Callia, Delegato regionale Caritas Sardegna e Responsabile del Servizio Studi e Ricerche della Caritas regionale

Presentazione del V Rapporto annuale 2020-2021, dal titolo “Contrastare la povertà educativa nell’epoca della pandemia. Attività, progetti ed esperienze formative”
a cura di Maria Chiara Cugusi, Referente del Servizio Comunicazione della Caritas regionale

 

I Rapporti, i relativi inserti e le schede di sintesi per i media possono essere scaricati attraverso i seguenti link:

Verso la 107ma giornata mondiale del migrante e del rifugiato

“Verso un noi sempre più grande”. È questo il titolo del messaggio proposto dal Papa il 3 maggio scorso in previsione della 107ma Giornata mondiale del migrante e del rifugiato, che sarà celebrata domenica 26 settembre. Lo stesso titolo che ha caratterizzato il webinar, in preparazione della medesima Giornata, proposto dalla Delegazione regionale Caritas Sardegna e da Caritas Migrantes e che è stato trasmesso in streaming sul canale YouTube della Caritas regionale giovedì 16 settembre, alle ore 16.00.

Ad introdurre il seminario online il vescovo delegato della Conferenza Episcopale Sarda per i due organismi pastorali regionali, mons. Giovanni Paolo Zedda, il quale nel suo intervento ha voluto richiamare la preghiera contenuta nella parte finale del messaggio del Papa, con la quale si implora la benedizione per “ogni gesto di accoglienza e di assistenza che ricolloca chiunque sia in esilio nel noi della comunità e della Chiesa”.

Due le relazioni portanti del seminario: la prima affidata a Simone Varisco, della Fondazione Migrantes, attraverso cui è stato possibile ripercorrere la storia di questa Giornata, la quale, istituita per la prima volta nel lontano 1914, dal 2019 si celebra ogni anno nell’ultima domenica di settembre. Una giornata che alle origini guardava al mondo delle emigrazioni, una realtà particolarmente significativa per l’Italia che, proprio tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento, aveva conosciuto le grandi migrazioni transoceaniche, oltre a quelle dirette in altri Paesi europei e dell’Africa mediterranea.

La seconda relazione, curata da Manuela De Marco di Caritas Italiana, è servita a riconoscere il grande contributo dato dalla Chiesa cattolica rispetto al tema della mobilità umana, anche nella storia recente: un contributo fatto non solo di prossimità nell’accoglienza, favorendo reali processi di integrazione sociale come argine alle spinte xenofobe che ciclicamente emergono anche nel nostro Paese, ma anche come significativo fattore culturale e valoriale, di inclusione e coesione delle diversità in un “noi sempre più grande”, proprio come recita il titolo del messaggio. A coordinare e concludere il seminario online sono stati rispettivamente il delegato regionale della Caritas e l’incaricato regionale di Migrantes, Padre Stefano Messina.

Per il Rapporto dell’Alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite, Global Trends. Forced displacement in 2020, il numero dei rifugiati nel mondo è aumentato del quattro per cento nell’ultimo anno. Nel corso del 2020, infatti, nonostante l’emergenza pandemica (e le conseguenti restrizioni nella mobilità), le persone nel mondo costrette a lasciare le proprie case a causa di persecuzioni, conflitti, violenze, violazioni dei diritti umani e avvenimenti che hanno modificato gravemente l’ordine pubblico, sono state 82,4 milioni. Di queste, la maggior parte (pari a 48 milioni) è costituita da sfollati interni, vale a dire spostatisi all’interno del proprio Paese d’origine, mentre i rifugiati in altri Paesi sono 26,4 milioni.

Cifre impressionanti che ci portano a sognare un mondo diverso. Come ci ricorda il Papa nella parte conclusiva del messaggio, non dobbiamo avere “paura di sognare e di farlo insieme come un’unica umanità, come compagni dello stesso viaggio, come figli e figlie di questa stessa terra che è la nostra Casa comune, tutti sorelle e fratelli”.

Raffaele Callia