Maria Marongiu, vicedirettore della Caritas diocesana, è tornata alla casa del Padre

Umanamente addolorati e obbedienti alla volontà del Signore, il direttore, gli operatori e tutti i volontari della Caritas diocesana di Iglesias annunciano la nascita alla vita nuova e definitiva della cara Maria Marongiu, vicedirettore della Caritas diocesana. Accompagnandola nel suo ultimo viaggio terreno con le preghiere, quanti l’hanno amata e stimata ringraziano il Signore per il dono della sua vita e per il suo generoso servizio ai poveri.

La Caritas diocesana è vicina con la preghiera ai familiari e agli amici di Maria. Il Signore risorto doni a tutti la grazia della consolazione della fede in Lui.

Nata a Carbonia il 6 giugno 1952, insegnante in pensione da diversi anni, Maria Marongiu, dopo un lungo periodo di impegno nell’ambito dell’amministrazione comunale di Carbonia (come vicesindaco e assessore alle politiche sociali), ha svolto il proprio servizio ecclesiale nell’ambito della Caritas diocesana di Iglesias (in passato anche con l’Azione cattolica) dapprima come coordinatrice del Centro di ascolto “Madonna del Buon Consiglio” di Carbonia e successivamente anche come referente dell’Osservatorio diocesano delle povertà e delle risorse. Inoltre, dal 1° ottobre 2020, aveva cominciato il suo prezioso servizio di vicedirettore della Caritas diocesana.

Il suo impegno e il suo servizio continueranno a vivere nella testimonianza della Carità cui è chiamata ogni giorno la grande famiglia degli operatori della Caritas.

Donazioni dalla Conad Nord Ovest alla Caritas di Iglesias

La Caritas diocesana di Iglesias, a nome delle famiglie beneficiarie in condizione di bisogno, ringrazia la Conad Nord Ovest per la donazione già ricevuta in risorse economiche per acquisto di viveri (pari a euro 5.000,00) e in carte acquisti, che giungeranno a breve (per un valore complessivo di euro 8.220,00). In tutto pertanto, la Conad Nord Ovest provvederà ad erogare un aiuto per un importo totale di euro 13.220,00.

La donazione ha riguardato anche altre Caritas diocesane della Sardegna, come si evince dal testo del comunicato stampa pubblicato il 10 aprile dalla stessa Conad Nord Ovest.


101.500 euro da Conad Nord Ovest a Caritas Italiana per la Sardegna.
Pari a oltre 25.000 pasti per 1700 famiglie,
sono un aiuto concreto per chi si trova difficoltà economica

Pistoia, 7 aprile 2021 – Secondo l’ultimo report dell’Istat sull’anno appena passato, in Italia ci sono ulteriori 955mila famiglie numerose in stato di povertà rispetto al 2019, che non riescono a far fronte alle spese minime per condurre una vita dignitosa. Per far fronte a questa situazione, già a Natale scorso Conad Nord Ovest ha deciso di intervenire nelle regioni in cui la cooperativa è presente: ad oggi sono stati donati a Caritas Italiana complessivamente 632.500€, di cui 101.500€ – pari a oltre 25.000 pasti – sono stati destinati alle diocesi sarde nelle province di Cagliari, Iglesias, Sassari, Oristano e Nuoro, in aiuto di circa 1700 famiglie in difficoltà. L’iniziativa è un gesto solidale che ha caratterizzato tutte le attività collegate al 60° di Conad Nord Ovest. Un modo chiaro per dire “Grazie” alle comunità in cui i Soci della cooperativa sono presenti, e rinnovare l’impegno a sostenere i territori in cui operano.

“In Italia ci sono migliaia di famiglie in grande difficoltà, molte delle quali non più in grado di acquistare beni per sopravvivere. I dati drammatici che tutti abbiamo davanti agli occhi ci hanno spinto a intervenire concretamente aiutando più di 10.500 famiglie, con una donazione pari a 160.000 pasti – dichiara Valter Geri, presidente di Conad Nord Ovest. Celebrare i nostri primi 60 anni con azioni concrete per sostenere le comunità e ringraziare per la fiducia che i nostri clienti ci dimostrano quotidianamente, è stato del tutto naturale. 60 anni contraddistinti dai valori fondanti del nostro DNA: partecipazione e ascolto, solidarietà, responsabilità, impegno distintivo verso il cliente e la comunità. I nostri soci, ogni giorno si adoperano per una presenza attenta e partecipata; siamo quindi intervenuti con la speranza di aver portato sollievo in un momento tanto difficile”.

Commenta Raffaele Callia, delegato regionale Caritas: “c’è un grande sforzo anche in Sardegna da parte di tutte le Caritas diocesane, nel dare una risposta efficace alle richieste di aiuto, sia in termini morali, psicologici e relazionali, con un servizio di ascolto e orientamento che si è particolarmente intensificato in quest’ultimo anno, sia in termini di prossimità concreta attraverso gli aiuti alimentari, i sussidi economici, le consulenze legali, i farmaci, e tante altre iniziative frutto della “fantasia della carità”. Bisogna sottolineare che se è vero che si sono moltiplicati i problemi e le fragilità, è altrettanto vero che è cresciuta la solidarietà, anche nella nostra regione, di tante persone e di tante realtà imprenditoriali, anche della grande distribuzione. L’iniziativa di Conad Nord Ovest si inserisce proprio in questa direzione, rappresentando un segnale concreto di partecipazione solidale in questo difficile momento”.

La rete capillare delle Caritas diocesane è garanzia di un mirato intervento sul territorio, grazie al loro impegno quotidiano in favore delle famiglie che si trovano in difficoltà economiche.

Nel corso del 2020, dai monitoraggi condotti da Caritas Italiana presso la propria rete di 218 organismi diocesani è emerso che quasi il 50% delle persone incontrate presso i servizi Caritas non aveva mai richiesto aiuto prima.

A fronte di ciò, le attività dei 118 Empori della solidarietà dislocati in tutta Italia – dove le famiglie in difficoltà possono reperire gratuitamente generi di prima necessità – sono state intensificate, e in 136 diocesi sono stati potenziati i fondi destinati a venire incontro a chi per la pandemia ha perso il lavoro o non lo può trovare.

Donazioni Conad Nord Ovest per Caritas Sardegna

Provincia Donazione in euro
Sassari (diocesi di Sassari, Tempio-Ampurias, Alghero-Bosa) 38.200
Cagliari (diocesi di Cagliari) 34.120
Iglesias (diocesi di Iglesias) 13.220
Oristano (diocesi di Oristano e Ales-Terralba) 7.980
Nuoro (diocesi di Nuoro e Lanusei) 7.980
TOTALE 101.500

Scarica il COMUNICATO STAMPA CONAD

Tempo di ascolto e di speranza

Andrea Mantegna, La Resurrezione, tempera su tavola (1457-1459), Museo delle Belle Arti di Tours

È questa la seconda Pasqua segnata dalla sofferenza originata dalla pandemia. Già nell’estate scorsa i vescovi avevano offerto alla Chiesa italiana una riflessione dal titolo “È risorto il terzo giorno”: una lettura biblico-spirituale dell’esperienza della pandemia. Una meditazione utile anche per questa Pasqua 2021: l’esperienza del Venerdì e del Sabato – la permanenza del Figlio di Dio sulla croce e nel sepolcro – diventi un’esortazione a maturare un’esistenza diversa, da veri figli di Dio.

A noi cristiani è data la grazia di guardare ogni avvenimento della vita attraverso la lente del mistero pasquale, che culmina nell’annuncio che Cristo «è risorto il terzo giorno» (1Cor 15,4).
È tempo di ascoltare insieme la voce dello Spirito, che Gesù ci ha consegnato sulla croce (cf. Gv 19,30) e nel Cenacolo (cf. Gv 20,22).
Soprattutto nel celebrare il Triduo pasquale, ma anche ogni giorno della nostra vita, siamo chiamati ad accogliere il mistero della morte e il silenzio del sepolcro, senza mai chiuderci alla speranza della risurrezione.

Ci è chiesto di fare questa esperienza non solo attraverso l’ascolto della Parola e nella celebrazione dei Sacramenti, ma anche nell’incontro con la sofferenza dei fratelli, vicini e lontani, intorno a noi.

La pandemia ha rivelato il dolore del mondo: ha prodotto sofferenza e ne produrrà anche in futuro, con conseguenze economiche e sociali vaste e persistenti. Si tratta di sofferenze profonde che non possiamo ignorare. È il mistero del male, che il Figlio di Dio ha voluto prendere su di sé.

Però sul Calvario c’è dell’altro. Nei pressi della croce, intorno a Gesù che offre per noi la sua vita, insieme a Maria, la Madre, ci sono alcune donne, il discepolo amato, il centurione, Nicodemo, Giuseppe d’Arimatea: poche persone, certo, ma rappresentanti di un resto di umanità capace di “stare in piedi” sotto la croce (cf. Gv 19,25). Quel Venerdì si rivela così un giorno non solo di violenza e morte, ma anche di pietà e condivisione.

L’impegno della Chiesa e, in essa, la fatica amorevole delle Caritas in ogni parrocchia, diventano perciò un’occasione preziosa per vivere in profondità il mistero pasquale nella nostra vita, non solo come memoria storica della morte e risurrezione di Gesù, ma come esperienza della sua presenza di Crocifisso Risorto oggi in mezzo a noi.
Se sapremo vivere, leggere ed elaborare con vera carità l’esperienza di sofferenza nostra e dei nostri fratelli ascoltando lo Spirito e partecipando al mistero della Pasqua del Signore, allora anche questa pandemia ci avrà insegnato qualcosa di importante. Potremo così camminare come comunità ecclesiale sui passi dell’uomo del nostro tempo, animati da tenerezza e comprensione e da una speranza che non delude.

+ Giovanni Paolo Zedda
Vescovo di Iglesias

Storie di risalita nella luce del Risorto

La vita delle persone è un ineffabile e ineluttabile mistero. Avvolta ancor di più nel mistero è la storia delle loro sofferenze; delle prove quotidiane che si presentano lungo il cammino dell’esistenza.

Nel buio della prova si fa fatica a dare un senso, tant’è grande l’abisso che ci separa da una spiegazione razionale sul perché del male, della guerra, della malattia e della sofferenza; sul perché del distacco dalle persone care, sul perché della morte. Nel buio delle nostre ingannevoli certezze tutto sembra apparire confuso e senza spiegazione: non si comprendono la povertà, l’ingiustizia, la violenza; non si comprendono la solitudine, la malattia, la depressione; non si comprende la morte. Tutto sembra destinato a rimanere immobile, in un buio immanente e senza via d’uscita. Anche per quanti credono, con una fede forse un po’ troppo tiepida, la stessa Croce rischia di rimanere un mistero “assurdo” e dunque stonato, privo di ogni logica.

Per chi riceve la grazia di una fede che si alimenta quotidianamente della fiamma della speranza e che si fa trasformare nel crogiolo della carità, quella condizione di buio acquista per sua natura un senso profondo e trascendente. L’abisso dell’assurdo si trasforma così in una ricerca paziente di un pellegrinaggio quotidiano che, in compagnia del Signore Gesù, non evita il Golgota, ma neppure intende fermarsi ad esso e neanche desidera sostare più del necessario nel buio del sepolcro. Va oltre. Chi riceve la grazia della fede fa come farebbe un bambino nel buio di una notte che sembra non finire mai: si affida, anzi si abbandona totalmente alla protezione paterna e materna; alla protezione della misericordia di Dio. La grazia della fede ci affida la certezza che dopo ogni caduta nel buio del non senso è possibile rialzarsi nella luce del Risorto.

Le storie di vita che gli operatori Caritas sono chiamati ad ascoltare e ad accogliere, alcune delle quali sono narrate anche in questo numero di Impegno Caritas, restituiscono un’immagine che ci permette di tornare al cuore della fede, anche in questo tempo persistente e incerto di pandemia. No, non siamo mai soli, neanche nelle prove più dure, poiché il Signore Gesù ha tolto alla morte l’ultima parola. Ecco, sarebbe bello se quando ci faremo gli auguri per la Pasqua – di buona Pasqua di Resurrezione del Signore Gesù – ci ricordassimo di questo.

Raffaele Callia

Tratto da Impegno Caritas, n. 2, marzo 2021. L’intero numero è consultabile al link: https://impegnocaritas.wixsite.com/newsletter-2

La gioia del ritorno in servizio

Gesù e la samaritana al pozzo di Giacobbe (mosaico di P. Marko Rupnik presso la Cappella della Casa incontri cristiani di Capiago)

L’arrivo del Covid-19 ha messo alla prova molti giovani. Seppur indaffarati nel loro frenetico mondo fatto di studio, relazioni amicali e familiari, anch’essi hanno assistito a uno stravolgimento della propria vita. «Non avrei mai immaginato quello che poi è successo» racconta Aurora Fonnesu, giovane volontaria e referente dell’Area Immigrazione, impegnata da anni presso il Centro di ascolto Il Pozzo di Giacobbe, un servizio per stranieri della Caritas diocesana di Iglesias. «All’inizio della pandemia le informazioni erano estremamente confuse, alcune volte contraddittorie; nelle settimane precedenti il primo confinamento non avevo una percezione chiara».

Aurora ha proseguito per qualche settimana nel proprio impegno, fino a quando le è stato possibile. «Era mia intenzione, durante il lockdown, continuare a prestare servizio presso il Centro d’ascolto; purtroppo però i miei familiari, molto preoccupati per la situazione generale, mi hanno chiesto espressamente di interrompere il servizio per la durata del confinamento». Aurora si è quindi trovata suo malgrado di fronte a un bivio: da un lato avrebbe voluto accogliere i fratelli stranieri, ancora più provati e fragili proprio a causa della pandemia; dall’altro pensava che sarebbe stato giusto assecondare la richiesta della sua famiglia, in apprensione per il rischio di contagio. «Questa situazione mi ha creato un grosso conflitto interiore: una prova personale all’interno della prova complessiva data dalla pandemia. A malincuore ho dovuto sospendere temporaneamente il mio servizio».

Con l’arrivo dell’estate e un relativo miglioramento riguardo ai contagi Aurora ha finalmente ripreso regolarmente il proprio impegno nel Centro di ascolto, superando le paure e aprendosi ai bisogni degli altri. Ricorda con entusiasmo quel giorno: «È stato per me come un parziale ritorno alla normalità. Ho vissuto questo avvenimento con grande sollievo perché potevo tornare a dimostrare la mia vicinanza ai nostri fratelli stranieri». Con l’inizio del nuovo anno pastorale le operatrici del Pozzo di Giacobbe hanno ripreso le attività con maggiore determinazione, provando a garantire costantemente accoglienza e accompagnamento agli stranieri. «Come gruppo – precisa Aurora – abbiamo colto questa sfortunata occasione per migliorare la qualità del servizio che forniamo e curare maggiormente i rapporti con le persone e le istituzioni». Aurora non dimentica il difficile periodo trascorso ma vuole guardare avanti, proseguendo con maggiore determinazione il proprio servizio in favore dei fratelli stranieri.

Emanuela Frau

Tratto da Impegno Caritas, n. 2, marzo 2021. L’intero numero è consultabile al link: https://impegnocaritas.wixsite.com/newsletter-2

Povertà e conseguenze economiche della pandemia

Com’era facile prevedere, le conseguenze economiche dei diversi e prolungati periodi di confinamento, a seguito dei necessari provvedimenti volti a contenere la diffusione del virus fin dall’insorgere della pandemia, stanno producendo una crescita delle situazioni di fragilità tra le famiglie italiane.

Dopo essersi giustamente soffermati sulle difficoltà registrate nell’ambito della sfera psicologica e relazionale, con l’impossibilità di vivere ordinariamente la vita sociale e le dinamiche affettive (di pari passo con l’aumento dei casi di violenza domestica), gli studiosi cominciano a fare il punto anche sulle fragilità riguardanti l’ambito socio-economico.

In altri termini, dopo aver generato e moltiplicato fenomeni quali la “sindrome della capanna”, le non poche problematiche legate alla didattica a distanza, le fragilità psicologiche e morali di chi vive il problema della solitudine (a cominciare dagli anziani), la pandemia ha presentato il conto anche in termini di fragilità economiche, soprattutto tra i lavoratori precari, i giovani e gli stranieri.

A fornire una fotografia aggiornata e allo stesso tempo problematica è stato l’Istituto nazionale di statistica, il quale, sulla base delle stime preliminari circa la povertà assoluta in Italia per l’anno 2020, il 4 marzo scorso (in anticipo rispetto al consueto appuntamento annuale di giugno) ha pubblicato uno studio in cui emerge chiaramente come la povertà sia tornata a crescere nuovamente, azzerando sostanzialmente i miglioramenti registrati nel 2019 e raggiungendo il valore più elevato dal 2005.

Nel 2020, secondo l’Istat, l’incidenza della povertà assoluta risulta in aumento sia in termini familiari (passando dal 6,4% al 7,7%, pari a 335.000 famiglie in più) sia in termini di individui (dal 7,7% al 9,4%, con oltre 1.000.000 di persone in più). Tale incremento porta a oltre 2.000.000 il numero di famiglie italiane (pari a circa 5,6 milioni di persone) che si trova in condizioni di povertà assoluta.

Se il 2019 era stato contrassegnato da una diminuzione della povertà (tra i cali più significativi quello registrato in Sardegna, con una diminuzione del numero delle famiglie in condizione di povertà relativa, passato da 141.000 a 94.000), il 2020 registra purtroppo una ripresa con intensità elevata, che neppure la sussistenza delle misure volte a favorire un sostegno economico integrativo dei redditi familiari (si pensi, ad esempio, al Reddito di Cittadinanza o alla Pensione di Cittadinanza) è stata in grado di contrastare.

Va precisato che gli effetti socio-economici della pandemia hanno colpito tutti, seppure con intensità e in modi diversi. I dati forniti dall’Istat parlano di un aumentato rischio di povertà per le famiglie con figli e con persona di riferimento occupata (più contenuti gli effetti per i pensionati); per le famiglie composte sia da italiani sia da stranieri, ma segnatamente per questi ultimi. I giovani, poi, ancora una volta risultano essere tra le categorie più vulnerabili. In altri termini la crisi pandemica ha colpito sostanzialmente le stesse tipologie già vulnerate dalle crisi precedenti, compresa quella finanziaria.

Il rischio di povertà è aumentato in particolare al Nord Italia, un’area in cui il numero dei nuclei familiari in povertà è cresciuto di circa 218.000 unità nel corso del 2020 (pari a circa il 65% dell’incremento su scala nazionale). Tale peculiarità geografica si spiega per il fatto che proprio al Nord si concentrano i più significativi livelli occupazionali nel settore privato (nel Sud è maggiore la rilevanza degli stipendi pubblici), vale a dire quelli che hanno subito in modo pesante gli effetti del confinamento. Inoltre, essendo omogenei per territori gli importi erogati dal Reddito di Cittadinanza, il differente costo della vita rende più efficaci tali misure al Sud piuttosto che al Settentrione d’Italia. Sempre al Nord, peraltro, si concentra il maggior numero di residenti stranieri, le cui famiglie – come già rilevato – sono state colpite in modo particolare dagli effetti socio-economici della pandemia.

Raffaele Callia

Ecologia integrale, paradigma di pace e di sviluppo umano

La responsabilità di tutti nella cura del pianeta

È noto come al centro delle preoccupazioni di Papa Francesco vi sia il destino della persona integralmente considerata e del suo rapporto con il creato, in un momento particolarmente difficile anche a causa della pandemia. Le conseguenze di quest’ultima sulla società e sulle persone sono le cose di cui dobbiamo preoccuparci ed è anche per questo motivo che siamo chiamati a promuovere un “cambiamento di sistema”, creando un’economia inclusiva e riconoscendo il diverso valore di ogni individuo.

Di questo, e di altri temi, si è discusso domenica 21 febbraio a Terralba, in occasione dell’appuntamento formativo annuale promosso dal Gruppo Regionale di Educazione alla pace alla Mondialità (GREM) della Caritas Sardegna, consentendo anche ai volontari che non hanno potuto partecipare in presenza di seguire l’evento su una piattaforma online.

La giornata, guidata dal tema “Ecologia integrale, paradigma di pace e sviluppo umano, custodia del Creato tra servitù e cultura dello scarto”, è iniziata con un’introduzione a cura di Massimo Pallottino, di Caritas Italiana. Il suo contributo è servito a riflettere su come le disuguaglianze si siano aggravate con l’avvento del coronavirus. Sono un caso particolare ed emergente, negli ultimi tempi, le disuguaglianze derivanti dai diritti di proprietà intellettuale. A marzo, quando si incontrerà il G20, il “Civil 20” (di cui fa parte anche Caritas Italiana) ci sarà l’occasione per chiedere ai grandi della terra di rivedere questi vincoli nella prospettiva di una tutela per le persone e le popolazioni più fragili. A questo proposito, Massimo Pallottino ha citato un esempio molto concreto: il caso di una valvola respiratoria dal valore economico di 10.000 dollari che è mancata in un reparto di rianimazione, proprio nel primo periodo dell’emergenza sanitaria. I medici contattarono l’azienda che le produce, ma il fornitore comunicò che non era possibile realizzarle in tempi brevi; si studiarono tutte le soluzioni e, alla fine, a qualcuno venne l’idea decisiva: utilizzare una stampante 3D per riprodurre le valvole a tempo di record. La valvola fu così realizzata da un team di ingegneri italiani e al costo di 1 euro; tuttavia, gli stessi ingegneri furono denunciati dalla casa produttrice della valvola per aver violato i diritti di proprietà intellettuale. Ecco perché, da più parti, si chiede l’abolizione della proprietà intellettuale: per far in modo che tutti abbiamo la possibilità di tutelare la nostra salute.

La mattinata è proseguita con l’intervento di Francesco Manca, incaricato regionale della pastorale sociale e del lavoro. A lui è spettato il compito di tracciare un profilo economico della realtà sarda. È noto come i piani di rinascita si basavano sulla teoria economica dei poli di sviluppo. La nascita di percorsi industriali, la localizzazione territoriale espansa in gran parte della Sardegna, è stata, appunto, una concretizzazione dei piani di rinascita. Un tipico esempio è stato quello dell’industria di Portovesme nel Sulcis Iglesiente, nato in sostituzione dell’attività mineraria per esigenze di politiche territoriali. Questo sistema andò presto in crisi, sostenendo molte spese per localizzare delle imprese che hanno lasciato un grande inquinamento in diverse zone.  Oggi rimangono ampie aree inquinate in cui non si può più far nulla.

Alla crisi industriale, negli ultimi anni si è aggiunta anche la crisi finanziaria (e oggi sanitaria) che ha ulteriormente accompagnato il declino dell’economia regionale. Il PIL del 2019 è tornato indietro di 30 anni, pari a quello del 1991. I settori delle costruzioni, industria, turismo, commerciale ed agricolo, stanno pagando le conseguenze della pandemia e altri elementi di carattere socio-economico come lo spopolamento contribuiscono ad aggravare la situazione.  Oltretutto, stanno passando come buoni, aspetti culturali molto pericolosi come la convinzione diffusa che si possa vivere bene senza lavorare, dando più valore al consumo rispetto al lavoro. Il Reddito di Cittadinanza, ad esempio, è una ricchezza che non può essere sovrapposta al welfare in senso stretto, in quanto consente sì di avere un salario minimo garantito ma senza risolvere i problemi dell’occupazione.

Un altro tema importante è il ruolo dell’intelligenza artificiale, sempre più pervasivo nella società e che crea ripercussioni importanti soprattutto sul mercato del lavoro e sul settore terziario. C’è un livellamento culturale che deve essere oggetto di osservazione e, in particolare, l’intento di omogeneizzazione planetaria delle culture sta distruggendo le culture locali che andrebbero invece difese e valorizzate.

Per far ripartire l’Europa (e quindi anche l’Italia e la Sardegna), a seguito della pandemia da coronavirus, lo scorso luglio l’UE ha approvato il Next generation EU, noto in Italia come Recovery Fund o “Fondo per la ripresa”. Si tratta di un fondo speciale volto a finanziare la ripresa economica del vecchio continente nel triennio 2021-2023 con titoli di Stato europei (Recovery bond) che serviranno a sostenere progetti di riforma strutturali previsti dai Piani nazionali di riforme di ogni Paese: i Recovery Plan. Si prevede lo stanziamento di risorse importanti per passare alla transizione ecologica. Di tali risorse, circa 7,6 miliardi di euro potrebbero essere destinati alla Sardegna attraverso diversi progetti.

Il nuovo modello di sviluppo – che chiama in causa anche il tema dell’economia circolare – trova accoglienza alla luce delle considerazioni che la Chiesa ha elaborato negli ultimi anni, a partire dalle encicliche Laudato si’ e Fratelli tutti. È quindi necessario ambire ad un nuovo paradigma di sviluppo perché il modello in uso ha risposto solo al profitto e non ai temi quali la povertà, il lavoro, la libertà, la solidarietà, il bene comune e la questione ambientale. L’ambiente rappresenta per la Sardegna il cuore dello sviluppo economico e sociale e, per questo, il nuovo modello deve essere capace di ridefinire il rapporto tra economia ed ecosistema, verso un nuovo umanesimo e un percorso orientato al bene comune.

Sara Concas

Pena capitale, sconfitta per l’umanità

Lo scorso luglio si sono riaccesi i riflettori sulla questione della pena capitale, dopo che la Corte Suprema degli Stati Uniti ha annullato l’ordine di un tribunale minore che aveva congelato le esecuzioni da quasi vent’anni. A livello federale, infatti, la moratoria delle condanne a morte era scattata nel 2003, sotto l’amministrazione Bush e, dall’epoca, nessun detenuto nel braccio della morte è stato più sottoposto ad iniezione letale. L’ex procuratore generale dell’amministrazione Trump, William Barr, ha dichiarato che “le esecuzioni delle condanne a morte rappresentano un dovere per il Governo federale, per le vittime e le loro famiglie”. Ad opporsi a questa “prassi”, però, non sono solo attivisti e gente comune; spesso, infatti, anche i parenti delle stesse vittime manifestano il loro dissenso nei confronti di una simile barbarie. Nel corso dell’ultimo anno si sono registrate le rivolte di alcuni detenuti, in agitazione per l’introduzione di nuove procedure, da parte del Dipartimento di Giustizia, che prevedevano la somministrazione di un solo potente farmaco (pentobarbital), tramite iniezione letale. Si tratta ovviamente di una grave sconfitta per le associazioni che da sempre si battono contro la pena capitale, soprattutto dopo le terribili vicende degli ultimi anni in cui molti condannati sono morti tra atroci sofferenze.

La triste storia di Lisa Montgomery mette a nudo la debolezza del “sistema Stati Uniti”, unico paese occidentale che continua ad applicare una pratica che, oltre a non rappresentare un deterrente, si configura come un macabro rito. Nata 52 anni fa, reclusa dal 2004 nel carcere di Terre Haute, in Indiana, per un omicidio particolarmente efferato, Lisa, prima donna ad essere giustiziata dopo 67 anni, è stata uccisa con iniezione letale lo scorso 13 gennaio. Tempo addietro l’esecuzione era stata sospesa sulla base di una perizia psichiatrica. I suoi legali sostenevano, infatti, che la giovane avesse un danno cerebrale e una grave malattia mentale dovuti ad una vita segnata, fin dalla tenera età, da abusi sessuali e violenze d’ogni genere. Si sperava che l’esecuzione potesse slittare dopo l’insediamento del neo eletto Biden, che avrebbe potuto graziarla commutando la pena; ma Trump, ancora in carica, si è rifiutato di bloccare le esecuzioni, nonostante la consueta interruzione nel periodo di transizione tra un presidente e l’altro; divenendo così il Presidente USA che ha accumulato più esecuzioni capitali (10 in totale), in oltre un secolo (dal 1896). Il Dipartimento di giustizia è andato, dunque, avanti programmando l’esecuzione di Lisa.

Nonostante il tema della pena capitale non sia stato toccato nella campagna elettorale per le elezioni presidenziali di novembre, con la ripresa delle esecuzioni l’ex inquilino della Casa Bianca ha voluto concretamente ribadire la sua posizione riguardo una “punizione” a cui attribuisce un “potere deterrente contro i crimini”. Oltre a Lisa, vittima innanzitutto di una società che ha preferito voltarsi dall’altra parte, anziché proteggerla, allontanandola dall’orrore che quotidianamente era costretta a vivere, si ricordano anche diversi casi di afroamericani condannati pur essendo riconosciuti non colpevoli dalla stessa giustizia statunitense.

Da tempo questa crudele pratica è stata abolita, o non è applicata, nella maggioranza degli stati del mondo. Il boia continua ad agire in diversi stati tra cui Arabia Saudita, Cina, Iraq, Bielorussia, India, Giappone, Corea del Nord e Iran. Quest’ ultimo paese, recentemente, ha scioccato l’opinione pubblica con l’esecuzione, per impiccagione, del giornalista “dissidente” iraniano, eseguita appena quattro giorni dopo che la Corte suprema aveva confermato la sua condanna a morte. Ruhollah Zam, questo il suo nome, esule in Francia dopo la repressione delle proteste del 2009, era stato rapito nel 2019, durante una visita in Iraq, dalle Guardie rivoluzionarie iraniane; riportato in Iran, contro la sua volontà, è stato condannato a morte lo scorso dicembre, con l’accusa di “spionaggio nei confronti di Israele e della Francia”, e per “reati contro la Repubblica islamica dell’Iran”; ovviamente senza poter aver nessun contatto con i suoi avvocati di fiducia e i parenti, al termine di un processo farsa, celebrato dal “Tribunale rivoluzionario di Teheran”.

Dopo secoli di dibattiti intorno al tema della pena capitale, la riflessione verte ancora sull’importanza del dono della vita, sull’urgenza di tutelarla sempre e comunque, contrapponendola all’esigenza di rispettare le “norme necessarie” a riparare il torto subito. Di fronte a disumani e crudeli castighi, sperimentiamo ancora oggi un’amara sconfitta che rende sempre attuale il pensiero di Cesare Beccaria, che nel 1764, nel Dei delitti e delle pene, ebbe a dire “Se dimostrerò non essere la pena di morte né utile, né necessaria, avrò vinto la causa dell’umanità.”

Emanuela Frau

Esiti della colletta “Emergenza Bitti”

Foto tratta da La Nuova Sardegna

La diocesi di Iglesias ha versato, in data 6 febbraio 2021, sul conto appositamente istituito dalla diocesi di Nuoro, la somma di euro 5.000,00 per l’Emergenza Bitti, a seguito della colletta indetta domenica 13 dicembre 2020 a livello diocesano. Si tratta del frutto delle donazioni dei fedeli, tramite le parrocchie, e di privati cittadini.

Le piogge straordinarie di sabato 28 novembre 2020, oltre ai danni ingenti alle case e a diverse strutture produttive, hanno purtroppo comportato anche la perdita di vite umane. Ad essere colpita in modo particolare è stata la comunità di Bitti. La Diocesi di Nuoro, particolarmente coinvolta in questa vicenda nel registrare bisogni e fragilità della popolazione bittese, attraverso la Caritas diocesana sta opportunamente tenendo al corrente le Chiese particolari della nostra regione.

Il contributo raccolto dalla diocesi di Iglesias servirà a sostenere le iniziative solidaristiche della Caritas diocesana di Nuoro.

Verso il 50° anniversario Caritas Italiana: intervista al direttore don Soddu

Don Francesco Soddu, direttore di Caritas Italiana

Continua il cammino di riflessione portato avanti da Caritas Italiana in vista del suo 50° anniversario (2 luglio 2021): un percorso segnato dalla pandemia, caratterizzato da nuove criticità e sfide da affrontare come spiega lo stesso direttore don Francesco Soddu, che stamattina ha partecipato all’incontro on line con la Delegazione regionale Caritas Sardegna.

Si è appena concluso un anno difficile, segnato dalla pandemia: quale bilancio?

«Fin dai primi giorni dell’emergenza Covid-19, Caritas Italiana e le Caritas diocesane hanno cercato di rinnovare, adattandolo alle necessità contingenti, il proprio modo di stare accanto agli ultimi e alle persone in difficoltà. Molte le risposte innovative e diversificate, mai sperimentate in precedenza. Ad esempio i servizi di ascolto e di accompagnamento telefonici, o l’ascolto organizzato all’aperto, la consegna di pasti a domicilio e la fornitura di pasti da asporto, in sostituzione o per alleggerire le tradizionali mense, la distribuzione di dispositivi di protezione individuale e igienizzanti, la messa a disposizione di alloggi per i periodi di quarantena e isolamento, i servizi legati all’acquisto e distribuzione di farmaci e prodotti sanitari, i servizi di assistenza psicologica… Una vivacità di iniziative e opere, realizzate anche grazie alla disponibilità di volontari, alla solidarietà da parte di aziende, enti, negozi, supermercati, famiglie, singoli cittadini»

In che modo la pandemia ha inciso nel cammino di riflessione che Caritas Italiana sta portando avanti in vista del suo 50° anniversario?

«Non è stato purtroppo possibile realizzare il Convegno nazionale a Milano, ma stiamo proseguendo nel cammino verso il 50° proponendo nelle forme possibili con occasioni di confronto e di approfondimento a vari livelli, anche alla luce dell’enciclica “Fratelli tutti”, ricchissima di spunti anche per le attività della Caritas. Sono proseguite inoltre, in modalità on line, le iniziative di accompagnamento e confronto con le Caritas diocesane sulle tematiche relative alla formazione e anche alcuni appuntamenti tematici organizzati con focus sulle diverse tematiche e campi di attività»

Quali le linee programmatiche dei nuovi interventi e quali sono oggi le maggiori criticità/ sfide da affrontare?

«Fondamentale, accanto agli aiuti materiali, è stato, è e continuerà ad essere o lo stile Caritas di ascolto e di relazione che aiuta le persone a non avvertire il senso di abbandono, a rafforzare la propria autostima e a trovare il coraggio per andare avanti.  Per quanto riguarda gli ambiti di intervento, in accordo con le realtà diocesane, su indicazione della Presidenza, ci stiamo ora concentrando su: lavoro, hub regionali, servizi caritativi parrocchiali, progetti innovativi per le donne. In pratica verrà dato sostegno alla nascita e all’accompagnamento di start-up di inclusione lavorativa, gestite soprattutto da giovani e rivolte ad altri giovani. Verranno attivati hub regionali con la funzione di ridistribuire sul territorio donazioni varie, specificamente attraverso realtà che favoriscano l’inserimento lavorativo di soggetti appartenenti a categorie svantaggiate. Si darà sostegno ad iniziative parrocchiali destinate alle persone costrette all’isolamento. Infine verrà favorita la nascita di servizi territoriali rivolti alle donne, in alternativa a quelli classici»

Di fronte alle attuali criticità come rafforzare la cultura della carità nei nostri contesti diocesani?

«Il desiderio è quello di essere stimolo affinché tutti, singoli e comunità, possano vivere una reale e appassionata attenzione a chi è nel bisogno e di essere segno di una Chiesa in uscita che prova ad essere lievito anzitutto nelle comunità per “stringere legami di unità, di progetti comuni, di speranze condivise” come auspica Papa Francesco, costruendo insieme un futuro in cui ciascuno può sentirsi parte di un progetto che ha contribuito a scrivere. Il cuore di questa dolorosa esperienza deve dunque essere la fraternità e la solidarietà, con grande generosità ognuno deve portare i valori di umanità, di fede e di carità che possiede per creare comunione. Per risolvere, con uno sguardo globale, crisi tra loro fortemente connesse, come quella climatica, alimentare, economica e migratoria, e progettare un futuro libero da tutte “le pandemie”»

A cura di Maria Chiara Cugusi, servizio comunicazione Caritas Sardegna