Dalla formazione alla ricerca-azione. Anche la Caritas coinvolta nel Service-Learning

Nell’ambito del progetto scolastico “Io voglio esserci”, promosso dalle classi 1ª A, 3ª A e 3ª B della Scuola primaria di Iglesias “P. Allori”, la maestra Enrica Ena ha voluto coinvolgere la Caritas diocesana di Iglesias affinché i piccoli inizino ad avvicinarsi al mondo del volontariato e a tutto ciò che questo organismo pastorale della Chiesa cattolica sostiene quotidianamente sul territorio, attraverso le sue opere, i suoi progetti e l’impegno di tanti volontari.

A gennaio scorso una piccola delegazione della Caritas, composta da Emanuela e Valentina, ha dialogato con i bimbi descrivendo nel dettaglio i luoghi dell’ascolto e dell’accoglienza, grazie ai quali gli operatori riescono a dare concrete risposte a chi si rivolge per ricevere una mano d’aiuto. Attraverso la proiezione del video “È molto di più”, realizzato dalla Caritas diocesana, ai bambini è stata offerta una panoramica di alcuni servizi presenti nel territorio diocesano: i 6 Centri di ascolto, la Casa di accoglienza e il Dormitorio “Santo Stefano”, l’Emporio della Solidarietà e gli Orti Solidali di Comunità.

La genuina curiosità dei piccoli dagli 8 e10 anni è stata spiazzante; hanno infatti posto tante domande, alcune delle quali davvero inaspettate: “che cosa possiamo fare noi bambini per la Caritas?”, “chi l’ha creata?”, “da dove arrivano gli aiuti che date alle persone?”, “come vi siete sentite quando avete iniziato il vostro servizio alla Caritas?”. Anche le maestre hanno rivolto dei quesiti alle due operatrici, in modo che descrivessero sé stesse e la motivazione che le ha spinte ad impegnarsi in Caritas. Di certo, sono rimaste favorevolmente stupite dal livello di attenzione dei
bambini che per circa un’ora sono rimasti seduti ad ascoltare e a porre domande su una realtà di cui sentivano parlare per la prima volta.

Il progetto che vede coinvolta anche la Caritas di Iglesias proseguirà grazie all’impegno della maestra Ena e delle sue colleghe; Si è lavorato ancora tanto con i piccoli che, nei mesi seguenti, hanno avuto modo di poter visitare alcuni servizi della Caritas; per conoscere dal vivo dove e come i volontari della Caritas di Iglesias si rendono disponibili ad accogliere e ascoltare i poveri.

A conclusione del percorso progettuale, martedì 4 giugno, dalle 9.00 alle 13.00, presso l’Istituto Tecnico Minerario di Iglesias (in via Roma 45), si terrà l’evento Service-Learning. Dalla formazione alla ricerca-azione, durante il quale saranno presenti i bambini coinvolti nel progetto, insieme ai loro insegnanti; alcune autorità scolastiche e istituzionali; il prof. Italo Fiorin, presidente della Scuola di alta formazione EIS dell’Università LUMSA di Roma, e i vari partner, fra cui la Caritas diocesana di Iglesias.

Quest’esperienza ha fatto comprendere come sia molto importante iniziare a seminare fin dalla più tenera età, affinché l’attenzione al prossimo diventi un atteggiamento consueto e doveroso; una semina che può contribuire a far sentire tutte le persone corresponsabili nella realizzazione di una società più giusta e solidale.

Emanuela Frau e Valentina Diana
Caritas diocesana di Iglesias

Comunità energetiche. Tra sfide e opportunità

Sabato 1° giugno, alle ore 10.00, presso la Sala Corpus dell’antica tonnara di Portoscuso si terrà un momento di riflessione e di approfondimento dal titolo “Comunità energetiche: tra sfide e opportunità”, promosso dalla Diocesi di Iglesias, su iniziativa dell’Ufficio diocesano di Pastorale Sociale e del Lavoro, in collaborazione con la Caritas diocesana di Iglesias e l’UCSI Sardegna e col patrocinio del Comune di Portoscuso.

I relatori saranno Massimo Pallottino, rappresentante di Caritas Italiana, e il segretario generale di Greenaccord onlus Giuseppe Milano, che dialogheranno attorno ai temi centrali dell’incontro. Il convegno sarà introdotto dal card. Arrigo Miglio, Amministratore Apostolico di Iglesias, e da Ignazio Atzori, sindaco di Portoscuso. Porteranno il loro saluto don Antonio Mura, direttore diocesano della Pastorale sociale e parroco di Portoscuso, Raffaele Callia, direttore della Caritas diocesana di Iglesias, Giampaolo Atzei per l’UCSI Sardegna e Ignazio Boi, direttore diocesano della Pastorale sociale dell’arcidiocesi di Cagliari.

Per approfondimenti: https://www.diocesidiiglesias.it/comunita-energetiche-tra-sfide-e-opportunita/

Figli rigenerati alla vita da Madre Terra, attraverso il progetto “Orti solidali di Comunità”.

Gianluca Frau

L’idea del progetto “Orti solidali di comunità”, che vede la diocesi di Iglesias impegnata anche nel settore dell’agricoltura sociale, è nata nel 2015, dopo che la Caritas diocesana ha aderito alla campagna di sensibilizzazione “Una sola famiglia umana, cibo per tutti: è compito nostro”, lanciata da Papa Francesco e da Caritas Internationalis. Il progetto è divenuto nel tempo un luogo aperto di risposta a un disagio concreto, favorendo una riappropriazione di sé in termini di orientamento di vita e professionale per tante persone: uomini e donne, italiani e stranieri. A tutti, questa esperienza ha fornito l’opportunità di vivere con gli altri e a contatto con la natura in una maniera del tutto diversa, riscoprendo consapevolezza, capacità e talenti. Grazie al sostegno dell’8xmille della Chiesa cattolica il progetto ha rafforzato la propria valenza sociale, ambientale e inclusiva.

Gianluca Frau riporta la propria esperienza di tutor tecnico all’interno del progetto, sottolineando l’enorme beneficio che un’attività di questo tipo può generare. “L’idea è quella di coniugare il bisogno delle persone che, per svariati motivi, hanno necessità di ritrovare la serenità e un giusto orientamento di vita, con un’attività concreta nell’ambito dell’agricoltura biologica”.

Che cosa ti ha convinto ad accettare la proposta ricevuta a suo tempo?
Posso mettere a disposizione le competenze acquisite in passato, come tecnico che coordina un lavoro di squadra, con delle finalità che non sono ovviamente legate solo alla produzione agricola, quanto alla qualità delle relazioni che si creano tra le persone coinvolte. Ciò che può dare un progetto di questo genere non è misurabile soltanto da un punto di vista quantitativo. La proposta, certamente con molto sacrificio da parte di tutti i soggetti coinvolti, può generare risultati significativi. Bisogna essere il più possibile realistici, affidandosi alla Provvidenza e mettendo in conto anche gli imprevisti. L’aneddoto più significativo può essere dato dalla curiosa richiesta di alcuni beneficiari che avrebbero voluto recintare un fazzoletto di terra, in modo da coltivarlo per una personale produzione, sconfessando di fatto l’obiettivo del progetto, che mira a creare relazione e cooperazione tra i beneficiari. Anche l’impazienza di vedere il raccolto in breve tempo ha certamente giocato a sfavore nell’esperienza di alcuni.

Ci sono stati dei cambiamenti generati dal progetto?
Mi ha sicuramente gratificato vedere negli occhi delle persone coinvolte la gioia e lo stupore davanti ai primi germogli degli ortaggi; questo le ha certamente ripagate del sacrificio. Oltre ai beneficiari, l’orto ha ospitato anche altri collaboratori occasionali, nel periodo della raccolta delle olive e delle patate. Posso dire di essere stato spettatore di una sorta di “miracolo”: mi ha davvero commosso vedere una terra, che fino a poco tempo prima non veniva valorizzata adeguatamente, animarsi grazie al servizio di tante persone. In questi anni sono passati anche solo per curiosare tanti uomini, donne e anche gruppi di bambini, che entusiasti hanno saputo stupirsi e creare relazioni significative.

Emmanuel Anane


Emmanuel Anane
, proveniente dal Ghana e presente in Italia da una quindicina d’anni, racconta la sua persona esperienza negli Orti.

Come sei venuto a conoscenza di questo progetto?
Sono stato segnalato dal Centro d’ascolto per stranieri “Il Pozzo di Giacobbe”. Mi avevano detto che cosa potevo fare nel terreno con altre persone che stavano lì prima di me. Mi sembrava una cosa buona per tenermi impegnato e fare qualcosa di utile per me e per gli altri.

È la prima volta che lavori nel settore dell’agricoltura?
No, non è la prima volta. Ho già lavorato la terra nel mio Paese e anche qui, a Iglesias, in un’azienda agricola dove avevo già svolto delle attività simili a queste.

Stai apprendendo cose nuove?
Sì, nel mio Paese gli agricoltori fanno altre cose nei campi; lavorano diversamente. Le cose che si coltivano e anche le attrezzature che si usano nei campi sono diverse.

Pensi che l’integrazione tra italiani e stranieri passi anche attraverso il lavoro?
Sì, certamente. Lavorare insieme aiuta a stare meglio; nel progetto ci sono anche altri stranieri. È un modo per sentirsi utili e poter fare qualcosa non solo per sé stessi ma anche per gli altri.

Intervista di Emanuela Frau

Azioni di contrasto alla povertà educativa. Riprende l’iniziativa del contributo agli alunni meritevoli

Un momento della premiazione a Iglesias

Le ricerche condotte in occasione dei diversi Rapporti su povertà ed esclusione sociale della Caritas Sardegna, negli anni hanno posto in luce, oltre a una diffusa situazione di fragilità del mondo giovanile, solo in parte spiegabile con gli effetti della pesante crisi economica e finanziaria di questi ultimi lustri e della recente pandemia, anche una specifica fragilità sul versante educativo e formativo. I dati sulla dispersione scolastica esplicita e implicita e l’accresciuto fenomeno dei NEET (giovani che non studiano, non si formano e non lavorano) ne danno una testimonianza evidente.

Si tratta di un tema che richiama l’attenzione sulla povertà educativa e su come questa, anche nel Sulcis Iglesiente, sia un fenomeno di lunga durata, in qualche misura ereditario e che coinvolge in larga misura proprio quei nuclei familiari colpiti da diverse forme di vulnerabilità. Un fenomeno che pone in evidenza alcune situazioni di svantaggio più accentuate sia sul fronte dei servizi sia su quello delle opportunità e dei percorsi di accompagnamento in favore dei giovani.

Nell’anno scolastico 2014/2015 un cittadino anonimo, per il tramite della Caritas diocesana di Iglesias, ha voluto mettere a disposizione un contributo da destinare a studenti meritevoli degli Istituti superiori della città di Iglesias. Il contributo era dedicato alla memoria dei minatori Michele Loi e Pino Corgiolu, che in passato si distinsero per un impegno costante nel condurre battaglie per il lavoro e per difendere la dignità dei lavoratori. L’iniziativa è stata molto apprezzata sia dai beneficiari della misura che dall’intera comunità scolastica e cittadina.

Negli anni a seguire la Società Operaia Industriale di Mutuo Soccorso di Iglesias ha scelto di condividere l’iniziativa contribuendo anch’essa con una somma di denaro a favore di alunni meritevoli. Ad integrare la somma necessaria per dar vita all’iniziativa ha provveduto sistematicamente la Caritas diocesana, tramite le specifiche offerte  donate da privati cittadini.

Una studentessa premieta a Sant’Antioco

L’iniziativa è stata portata avanti per alcuni anni, coinvolgendo altre scuole del Sulcis Iglesiente, fino all’avvento della pandemia. Recentemente a tale generosità si è aggiunta anche quella degli autori del volume La nostra marcia (19 ottobre-15 dicembre 1992), edito nel 2023: Antonangelo Casula, Tore Cherchi, Peppino La Rosa e Sandro Mantega. Il volume ricostruisce le iniziative di sensibilizzazione popolare volte a richiamare l’attenzione delle istituzioni e dell’opinione pubblica sulla crisi del Sulcis-Iglesiente e sulla necessità di un nuovo sviluppo socio-economico, in un momento di particolare difficoltà – con la chiusura delle miniere – per l’intero territorio. Raccogliendo testimonianze dirette dei protagonisti di quella vicenda, il libro «descrive il contesto, racconta e documenta la Marcia per lo Sviluppo del Sulcis Iglesiente, partita il 19 ottobre 1992 da Teulada e giunta a Roma l’8 dicembre». Gli autori del libro hanno deciso che il ricavato delle vendite del libro sia devoluto interamente alla Caritas diocesana di Iglesias, per potenziare le iniziative della Diocesi di contrasto alla povertà educativa.

Il contributo economico offerto agli alunni (200,00 euro a ciascuno), pur nella sua limitatezza, tende a dare un aiuto a studenti meritevoli nell’anno decisivo del diploma di maturità, oltre che un riconoscimento per il loro impegno negli studi. Consapevoli che l’istruzione e la formazione costituiscono la via maestra per avviare dei percorsi di crescita e autonomia a livello personale e comunitario, tale iniziativa intende incoraggiare la prosecuzione dell’itinerario di studi a livello universitario, tenuto conto delle non poche difficoltà che si frappongono all’orizzonte e che rischierebbero di rallentare o perfino bloccare il cammino.

Un momento della premiazione a Carbonia

L’iniziativa ha coinvolto i dirigenti e i docenti di tutti gli Istituti superiori del Sulcis Iglesiente, i quali hanno provveduto a individuare 2 studenti meritevoli delle classi quinte per ciascuna Scuola secondaria di secondo grado. Sono stati premiati in tutto 27 studenti, iniziando con la premiazione dei maturandi degli Istituti di Iglesias, sabato 18 maggio 2024, alle ore 10.00, presso l’Aula magna dell’Istituto Giorgio Asproni di Iglesias, per poi proseguire a Sant’Antioco, martedì 21 maggio (con la premiazione degli studenti di Sant’Antioco e Carloforte), e terminare a Carbonia, giovedì 23 maggio, con la premiazione degli studenti di Carbonia, Santadi e Villamassargia.

 

Il nuovo Patto europeo su immigrazione e asilo e le molte zone d’ombra

Foto tratta da Unsplash

Dopo l’accordo raggiunto dai governi europei a dicembre scorso, ad aprile di quest’anno il Parlamento europeo ha approvato dieci testi legislativi che mirano a riformare la politica europea sulle migrazioni e l’asilo.

Nelle intenzioni del Parlamento europeo, il nuovo Patto su immigrazione e asilo dovrebbe rispondere all’obiettivo di consolidare il ruolo dell’Unione nell’affrontare l’immigrazione irregolare, rafforzando la protezione delle frontiere esterne dell’Unione Europea, applicando in modo uniforme regole comuni in tutti gli Stati membri sulla prima accoglienza e rimodulando il sistema europeo di asilo sulla base dei principi di solidarietà e di equa ripartizione delle responsabilità.

Una volta approvate dal Consiglio europeo, le leggi entreranno in vigore dopo essere state pubblicate nella Gazzetta ufficiale dell’UE. L’applicazione dei regolamenti è prevista dopo due anni, mentre per quanto attiene la direttiva sulle condizioni di accoglienza, gli Stati membri avranno due anni di tempo per introdurre le modifiche nei rispettivi ordinamenti nazionali.

Tra gli obiettivi posti formalmente dal nuovo Patto vi è quello di sostenere i Paesi dell’Unione più esposti alle pressioni migratorie di cittadini provenienti da Paesi terzi, attraverso un sistema di collaborazione (con la fornitura di un supporto tecnico-operativo), di contribuzione (attraverso lo stanziamento di contributi finanziari) e di accoglienza nel proprio territorio, da parte degli altri Paesi, di una quota di richiedenti protezione internazionale.

In tutti i Paesi dell’Unione Europea dovrebbe essere introdotto un nuovo meccanismo per il riconoscimento e la revoca della protezione internazionale. È previsto un tempo più breve per il trattamento delle domande di asilo alla frontiera, con scadenze più rapide per le richieste infondate e inammissibili, mentre i richiedenti che non soddisfino i requisiti per l’ingresso dovrebbero essere soggetti a un accertamento preliminare della durata massima di sette giorni, durante i quali dovrebbero essere identificati e sottoposti alla raccolta dei dati biometrici, sanitari e di sicurezza. A carico dei Paesi ospitanti vi dovrebbe essere anche il compito di valutare la situazione del Paese di origine dei migranti, sulla base dei dati forniti dall’Agenzia europea per l’asilo. Una volta concesso lo status di rifugiato, il Paese ospitante dovrebbe garantire gli standard di accoglienza (comuni a tutti i Paesi dell’Unione) in materia di alloggio, istruzione, sanità e riconoscimento della possibilità di iniziare un lavoro (entro sei mesi dalla data di presentazione della domanda).

Lette così, le novità previste dal nuovo Patto su immigrazione e asilo sembrerebbero assicurare delle condizioni di governabilità dei flussi migratori, nel pieno rispetto dei diritti umani. Tuttavia, non sono pochi i critici sia a livello politico sia nell’ambito della comunità scientifica, fra quanti si occupano di studi sulla mobilità umana. A cominciare dal fatto che il nuovo Patto sembrerebbe scaturire dall’errata percezione che il continente europeo sia invaso dagli immigrati; una percezione che appare distorta dalla persistente confusione tra immigrazione irregolare e richiedenti protezione internazionale: questi ultimi, infatti, comprendono quanti sono in fuga da Paesi devastati dalle guerre, da eventi climatici catastrofici e in cui è negata la libertà personale, non di rado anche di carattere religioso. A questo proposito va ricordato che a breve dovrebbe essere reso pubblico il Rapporto annuale dell’UNHCR, il quale dovrebbe confermare verosimilmente la cifra di 110 milioni di rifugiati a livello globale.

I dati Eurostat confermano per il 2023 un aumento delle domande di primo asilo nell’Ue, le quali hanno raggiunto il numero di 1 milione 49 mila, con una crescita del 18,0% rispetto a un anno prima. Si tratta di un dato importante e tuttavia non paragonabile agli oltre 8 milioni di ucraini accolti in Europa (a causa della guerra ancora in corso), di cui una quota significativa nella sola Polonia. Da notare che tra le domande di primo asilo presentate nel 2023 il 17,0% riguarda cittadini provenienti dall’America Latina (fra cui un numero importante di venezuelani arrivati in Spagna in aereo). Peraltro, per quanto nell’immaginario collettivo sembrerebbe essere l’Europa mediterranea a farsi carico dei richiedenti asilo, la realtà della statistica ufficiale ci ricorda che nel 2023 circa un terzo delle domande di protezione internazionale è stato presentato nella sola Germania (329.000).

Tra i Paesi europei che si affacciano sul Mediterraneo si segnala anzitutto la Spagna (160.500 domande, di cui una quota significativa da parte di cittadini venezuelani), seguita dalla Francia (145.100), dall’Italia (con 130.600, pari al 12,0% del totale) e dalla Grecia (57.900). Nel complesso, dunque, i Paesi dell’Europa mediterranea hanno accolto poco più di un terzo delle domande di primo asilo e l’Italia non può essere considerata come una sorta di “campo profughi” del Mediterraneo. Peraltro, come ha scritto recentemente il sociologo Maurizio Ambrosini, è da tenere in considerazione il fatto «che molti rifugiati cercano di raggiungere i Paesi interni dell’Ue anche quando hanno chiesto asilo nei paesi del Sud, intraprendendo quelle “seconde migrazioni” che tanto dispiacciono ai nostri partner transalpini».

Una lettura obiettiva dei dati, sganciata dalla dialettica elettorale e dalle tensioni ideologiche di tipo populistico, consentirebbe di comprendere meglio un fenomeno che è destinato a crescere nel futuro e che necessita di politiche lungimiranti e ispirate al buon senso.

Raffaele Callia

Pubblicate le graduatorie degli ammessi ai due progetti di Servizio Civile Universale della Caritas di Iglesias

In attesa di approvazione definitiva da parte del Dipartimento per le Politiche Giovanili e il Servizio Civile Universale, si provvede a pubblicare in allegato le graduatorie provvisorie dei candidati ammessi ai due progetti di Servizio Civile Universale della Caritas diocesana di Iglesias (bando del 22 dicembre 2023): “Non solo ascolto-Iglesias” (8 posti: 4 per il Centro di ascolto di Iglesias e 4 per il Centro di ascolto di Carbonia); “Accogliamoci-Iglesias” (4 posti per la Casa di prima accoglienza di Iglesias).

1° maggio 2024

 

 

GraduatoriaVolontari2023_NON SOLO ASCOLTO-IGLESIAS
GraduatoriaVolontari2023_ACCOGLIAMOCI-IGLESIAS

“Earth day”. La crisi climatica aggravata dalle guerre in corso

Foto di Amy Shamblen

L’Earth Day, la celebrazione ambientale più importante del pianeta, ha compiuto 54 anni. La cosiddetta “Giornata della Terra”, infatti, è stata istituita dalle Nazioni Unite il 22 aprile 1970 per far presente all’umanità la necessità di preservare con la dovuta attenzione le risorse naturali del pianeta. Nell’opinione comune, quella data segna simbolicamente la nascita del movimento ambientalista: un “moto” di opinione pubblica che, per quanto cresciuto nel tempo in termini sia quantitativi sia qualitativi, ancora non può dirsi in grado di intaccare in modo risolutivo le decisioni politiche su quella che, nel frattempo, è divenuta una crisi climatica globale.

È del tutto evidente come, dopo 54 anni, i problemi ambientali siano cresciuti e peggiorati sensibilmente, tanto da considerare la nostra epoca come quella in cui la vita sul nostro pianeta, proprio a causa della crisi climatica, rischia di essere compromessa per sempre. Si tratta di un terribile paradosso: proprio quando, grazie al progresso scientifico e tecnologico raggiunto fino ad ora, si potrebbe migliorare la vita per tutto il genere umano in ogni angolo del pianeta, la “casa comune” è in affanno perché sfruttata senza limiti, abusata senza alcun rispetto, contesa per l’ingordigia di pochi. Come ci ricorda Papa Francesco nell’esortazione apostolica “Laudate Deum” dello scorso ottobre, sulla crisi climatica, abbiamo tutti il dovere di «ripensare alla questione del potere umano, al suo significato e ai suoi limiti. Il nostro potere, infatti, è aumentato freneticamente in pochi decenni. Abbiamo compiuto progressi tecnologici impressionanti e sorprendenti, e non ci rendiamo conto che allo stesso tempo siamo diventati altamente pericolosi, capaci di mettere a repentaglio la vita di molti esseri e la nostra stessa sopravvivenza […]. Ci vuole lucidità e onestà per riconoscere in tempo che il nostro potere e il progresso che generiamo si stanno rivoltando contro noi stessi».

Peraltro, è sempre più stretta – anche se non avvertita da molti – l’intima connessione tra la crisi climatica e le guerre in corso. Oltre al dramma delle morti e dei feriti, della violenza sistematica sui civili; oltre alla distruzione fisica e morale di intere comunità, le guerre sono in grado di aumentare i danni sull’ambiente già provocati dall’uomo attraverso il suo modello di sviluppo. Si pensi, ad esempio, che riguardo alle emissioni di anidride carbonica – come ha rivelato un recente rapporto pubblicato dal quotidiano britannico “The Guardian” – nei soli due primi mesi di guerra a Gaza sono state generate più emissioni di gas serra di quelle prodotte da 20 dei Paesi più vulnerabili al cambiamento climatico.

Una ricerca condotta da alcuni analisti statunitensi e del Regno Unito, citata recentemente da The Nation (la più antica rivista statunitense fra quelle ancora edite),  ha stabilito che circa il 99% dell’anidride carbonica emessa nei primi 60 giorni dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre è attribuibile al bombardamento aereo israeliano e all’invasione terrestre di Gaza, mentre quasi la metà dell’emissione totale di CO2 della guerra proviene dagli aerei cargo statunitensi che trasportano forniture militari in Israele.

Non solo. Ad aumentare l’inquinamento è anche l’accresciuto attivismo delle industrie proprio a causa delle guerre in corso e non solo di quelle belliche. Le guerre arricchiscono proprio le industrie più inquinanti e rischiano di provocare dei cambiamenti di strategia sul piano degli investimenti in favore delle energie rinnovabili. In altre parole, le “emissioni militari” incidono in modo rilevante sul totale delle emissioni a livello globale.

Tutto ciò ci obbliga a considerare come strettamente interconnessi i temi ambientali con quelli legati alla pace, così da mettere sotto uno stesso ombrello i termini inglesi war and warming, guerra e riscaldamento. Rispetto a ciò, il magistero della Chiesa non cessa di ricordare come i temi dell’ecologia integrale siano da accogliere come un tutt’uno, in cui ricomprendere pace, giustizia e salvaguardia del creato, come ci ha ricordato anni fa Papa Francesco nella enciclica “Laudato si’”, richiamando alla mente quanto scritto a suo tempo da due suoi predecessori divenuti santi, vale a dire San Giovanni XXIII e San Paolo VI: «Otto anni dopo la Pacem in terris, nel 1971, il beato Papa Paolo VI si riferì alla problematica ecologica, presentandola come una crisi che è «una conseguenza drammatica» dell’attività incontrollata dell’essere umano: «Attraverso uno sfruttamento sconsiderato della natura, egli rischia di distruggerla e di essere a sua volta vittima di siffatta degradazione». Parlò anche alla FAO della possibilità, «sotto l’effetto di contraccolpi della civiltà industriale, di […] una vera catastrofe ecologica», sottolineando «l’urgenza e la necessità di un mutamento radicale nella condotta dell’umanità», perché «i progressi scientifici più straordinari, le prodezze tecniche più strabilianti, la crescita economica più prodigiosa, se non sono congiunte ad un autentico progresso sociale e morale, si rivolgono, in definitiva, contro l’uomo».

Raffaele Callia

SERVIZIO CIVILE UNIVERSALE: COMUNICAZIONE AI CANDIDATI DEL BANDO DEL 22 DICEMBRE 2023

Si comunica a tutti i candidati che lo scorso marzo hanno preso parte alle prove selettive del Bando di Servizio Civile Universale del 22 dicembre 2023 che la Caritas diocesana di Iglesias ha già provveduto a completare tutte le procedure richieste per la stesura delle graduatorie, restando in attesa di ricevere l’autorizzazione alla loro pubblicazione da parte di Caritas Italiana. Si pregano i candidati di consultare quotidianamente questo portale, ove – appena possibile – saranno rese note le graduatorie.

La Caritas di Iglesias al 44° Convegno nazionale delle Caritas diocesane

Anche la Caritas di Iglesias ha preso parte al 44° Convegno nazionale delle Caritas diocesane, tenutosi a Grado dall’8 all’11 aprile 2024, dal titolo “Confini, zone di contatto e non di separazione”. L’evento ha visto la partecipazione complessiva di 613 membri (di cui 138 giovani), tra direttori e componenti di équipe provenienti da 182 Caritas diocesane di tutta Italia. Dalla Sardegna hanno preso parte in tutto 34 partecipanti, provenienti da tutte e dieci le diocesi dell’Isola; 4 i partecipanti dalla Caritas diocesana di Iglesias. A seguire alcuni momenti raccontati dai partecipanti della diocesi di Iglesias.

 

 

 

I confini non-confini tra Italia e Slovenia, dai racconti dei giovani di Nova Gorica

di Ilaria Perduca

In una sua celebre canzone Francesca Michielin canta: “Nessun grado di separazione, nessun tipo di esitazione, non c’è più nessuna divisione fra di noi. Siamo una sola direzione in questo universo che si muove non c’è nessun grado di separazione”. Parole che sembrano fare da sottofondo al racconto di una “separazione”, di un confine che invece, esiste e che ha lavorato tanto per un sano equilibrio.

Di questa esperienza, di questo “grado di separazione” alcuni giovani hanno voluto condividere le storie nella chiesa del Cristo Redentore, concattedrale di Nova Gorica, con i convegnisti che nel pomeriggio del 10 aprile hanno oltrepassato anche i “confini” geografici posando piede in Slovenia.

La storia di Gorizia inizia nel 1947. In questo luogo si stabilì che il confine tra l’Italia e la neonata Jugoslavia si sarebbe delineato proprio lungo la città, separando il centro storico, rimasto in Italia, dalla stazione ferroviaria Transalpina e dalle zone di periferia, passati alla Jugoslavia. Per dividere i due paesi venne costruito “il muro di Gorizia”, probabilmente meno ricordato del muro di Berlino ma non per questo di meno impatto dal punto di vista del contesto storico. Per volere di Tito venne poi costruita una città in Jugoslavia, Nova Gorica. Le frontiere resteranno chiuse con una concessione che venne fatta nella storica giornata di domenica 13 agosto 1950, la cosiddetta “domenica delle scope”. In occasione dell’anno santo, infatti, Tito decise di concedere agli abitanti di Nova Gorica di incontrare i loro cari a Gorizia e fare acquisti personali, per poi tornare in giornata. Nova Gorica è in costruzione, mancano anche tanti beni di prima necessità. Mancano persino delle semplici scope di saggina, dalle quali questa famosa giornata prenderà il nome. Questa giornata rimarrà nella storia di questi due popoli che la geopolitica voleva separati.

Negli anni ci fu una graduale apertura territoriale che subì una vera svolta anzitutto nel 2004, quando la Slovenia entrò a far parte dell’Unione Europea, e poi nel 2007, quando aderì all’area Schengen. Per la prima volta il valico rimase senza controlli e la recinzione che separava a metà la piazza transalpina fu abbattuto.

La naturalezza dei racconti di vita usciti dai cuori di questi giovani testimoni e le vicende delle loro case che sorgono ad appena 50 metri dal confine, hanno spiazzato i convegnisti, forse più di qualsiasi relazione ascoltata fino a quel momento nei primi due giorni. Sono storie che attingono a un passato neanche tanto lontano: sono i ricordi dei nonni che parlano di abiti da sposa cuciti e indossati per essere recapitati oltre i posti di blocco; ricordi che arrivano al presente e che si intrecciano con le vicende di Alessandro (conosciuto anche come Sasha) e del suo impegno a voler parlare due lingue per poter comunicare con amici di lingua italiana e slava. A ricordarci che è possibile stabilire dei confini con gentilezza, perché avere dei buoni confini vuol dire riconoscersi per ciò che si è e riconoscere l’altro per ciò che è.

 

 

 

 

 

 

Diventare grandi nella piccolezza

di Emanuela Frau

Nell’ambito dell’assemblea tematica dal titolo “Nei margini la piccolezza evangelica”, suor Daniela Chiara, Piccola Sorella di Gesù, racconta la propria esperienza di vita, ricordando con affetto il fondatore della comunità, San Charles de Foucauld, il suo carisma, le opere e la figura femminile che gli stette accanto: Magdeleine Hutin. Magdeleine fu la prima Piccola Sorella, fondatrice della Fraternità nel 1939: ebbe una vita centrata su Gesù, vissuta a contatto con persone di fede musulmana e testimoniando l’amore di Dio per ogni essere umano. In una semplice quotidianità le Piccole Sorelle condividono le loro attività con i più fragili, dimostrando un amore preferenziale per i più piccoli; creando relazioni familiari e vivendo anche una vita contemplativa.

Grazie alla Fraternità, suor Daniela Chiara ha avuto profonde esperienze con i Sinti emiliani, con i Rom romeni nella città di Bari, per 15 anni in Niger con il popolo Tebu (a maggioranza musulmana), tutt’oggi a Torino con le donne vittime della tratta a San Salvario. Nella sua riflessione sul confine sottolinea che quando si parla di margine significa che esiste un centro da qualche parte, a cui è stato dato un peso, una certa importanza, a cui le cose sono attirate; mentre il margine, all’opposto, è ciò che apparentemente è privo di bellezza e di valore. Spesso sono proprio le persone che decidono ciò che è centrale o marginale nella loro vita.

Gesù ha scelto di mettersi ai margini; l’ha fatto con i lebbrosi, con i ciechi, con i reietti della società, spostando il centro; toccandoli Lui passa il confine e ci insegna quale strada percorrere per sconfinare nella nostra esistenza. Nell’accorgersi dell’umanità sofferente, inizialmente suor Daniela Chiara non voleva guardarla, non ci riusciva; ma rendendosi conto che stava relegando sé stessa ai margini, ha iniziato a spostare le persone più fragili e bisognose al centro, in mezzo al suo cuore, cambiando così la prospettiva e comprendendo che il fastidio iniziale si era ormai trasformato in compassione.

Per suor Daniela Chiara il margine non è solo questione di luogo ma è quel confine, quella soglia che permette o non permette un incontro con l’altro. Nelle loro comunità, sono riuscite a creare un legame alla pari, fare il lavoro che fa la gente del luogo che le ospita; non vivendo come sorelle maggiori ma come sorelle piccole, figlie di uno stesso Padre, quindi sorelle di Gesù e di tutti, esprimendo la stessa piccolezza presente nel Bambin Gesù.

 

 

 

 

 

 

 

Confini: luoghi di incontro e di convivenza delle differenze

di Aldo Maringiò

Il confine è spesso uno spazio di incontro, di avvicinamento; ma tante volte è anche spazio di scontro. Le stesse montagne che fanno da cornice ai luoghi del convegno sono state teatro di guerre e di violenza. Oggi, fortunatamente, sono diventate luoghi di riflessione, di incontro e dopo lunghi anni di pacificazione dai quali trarre degli insegnamenti. Tutto ciò ci deve far meditare su cosa succede quando arriva da noi qualcuno che non conosciamo: come ci posizioniamo nei suoi confronti, quali sono le strategie che attuiamo per “segnare” il nostro confine. Molto spesso dell’altro non conosciamo niente, specie se viene da un altro Paese o persino da un altro continente.

Nell’ambito dell’area tematica “Confini: luoghi di incontro e di convivenza delle differenze”, il professor Giovanni Grandi, docente di filosofia morale, ci ha fatto riflettere sui confini sotto l’aspetto sociale ed etico. Siamo stati guidati a capire quanto le idee, i gesti, i comportamenti possono creare dei conflitti, e generare così dei confini; quanto siamo disposti a “perdere qualcosa di noi” per poter vivere in armonia con il diverso mantenendo il confine proprio di ciascuno e allo stesso tempo divenendo arricchimento esperienziale.

Il prof. Grandi ci ha aiutato a confrontarci con la molteplicità dei confini con i quali tutti i giorni siamo chiamati a  confrontarci. È la paura dell’altro, dello sconosciuto, dell’inedito che ci spinge naturalmente a tracciare dei confini anzitutto interiori prim’ancora che esteriori. I confini possono segnare non solo una fine ma anche un nuovo inizio. Nei luoghi in cui il convegno si è svolto tanti migranti, dopo aver attraversato la rotta balcanica ed aver affrontato tante difficoltà, privazioni, umiliazioni, transitano per raggiungere il cuore di quell’Europa in cui sperano di costruire un futuro migliore, ricongiungersi con i familiari già residenti o in cerca di una vita senza guerre, ricatti, persecuzioni politiche, fame e quant’altro possa umiliare un essere umano.

Quanto la comunicazione può aiutare ad abbattere i confini o può invece contribuire a crearne di più impermeabili fino a generare conflitto? La risposta è che la comunicazione, ogni forma di comunicazione, può avvicinare o allontanare di più l’altro. E per noi operatori Caritas questo è importante soprattutto nella fase di ascolto di chi viene nelle nostre opere segno e in particolare nei Centri di ascolto a chiedere aiuto. L’altro quindi deve diventare un’occasione di incontro, di convivenza e non di divisione.

 

 

 

 

 

 

 

Chiesa di minoranza, in cammino, capace di sconfinare

di Raffaele Callia

Il mese scorso la guerra in Siria ha compiuto 13 anni, senza far intravedere una soluzione e dopo aver lasciato morti e distruzione alle spalle, recentemente accresciuti anche a causa di un terremoto che ha coinvolto, oltre alla Siria, anche la Turchia. Ai lavori del 44° Convegno nazionale delle Caritas diocesane ha preso parte anche il cardinale Mario Zenari, nunzio apostolico a Damasco, capitale della Siria. In questo Paese, dove gli Atti degli apostoli ci ricordano che per la prima volta i fedeli di Gesù Cristo si chiamarono cristiani, a causa della guerra proprio i cristiani sono passati da circa 2 milioni a circa 500 mila. Nella sola Aleppo, in particolare, si è passati da circa 150.000 cristiani a meno di 30.000. Un calo dovuto alla guerra e al fatto che le minoranze cristiane sono l’anello debole in un contesto a prevalenza musulmana.

Le cifre di morte e distruzione ricordate dal cardinal Zenari sono quelle di un conflitto che ha portato via la vita a 29.000 minori. Solo nel 2023 sono morte più di 4.000 persone, di cui oltre 300 sono bambini (1.889 in tutto i civili). Coinvolgendo eserciti, milizie e jihadisti stranieri, ad oggi il conflitto ha ucciso più di 500.000 persone dall’inizio della guerra. Sono circa 12 milioni le persone in fuga (di cui 8 milioni di sfollati, ovverosia di quanti sono rimasti all’interno dei confini del Paese). Sono 100.000 le persone scomparse, di cui 5 ecclesiastici (è nota la vicenda del gesuita Paolo Dall’Oglio).

Il dramma siriano ci ricorda il dramma della più grave catastrofe umanitaria della storia recente. Un conflitto che ha messo sul lastrico il 90% della popolazione: 16 milioni di persone hanno bisogno di assistenza umanitaria e la soluzione politica non è ancora in vista. La Siria è dimenticata: le notizie non ci sono più anche a causa della guerra in Ucraina e a Gaza.  Va anche ricordato che in Siria operano, in vario modo, le forze armate di 5 Paesi stranieri (Russia, Usa, Turchia, Iran e Israele). Un terzo della geografia della Siria non è sotto controllo siriano. Ancora oggi, secondo l’ONU, partono circa 500 persone ogni giorno, fra cui giovani, medici, neolaureati, ecc. Attualmente, due terzi del personale medico e infermieristico è già emigrato, mentre metà degli ospedali sono già stati distrutti o resi inagibili. Si tratta di un dramma sociale e di futuro all’interno del dramma più generale che si consuma da 13 anni.

In tutto questo, la presenza della Chiesa (una presenza di minoranza) rappresenta un importante segnale di speranza operosa, soprattutto in un momento in cui i riflettori dei media sulla Siria sembrerebbero essersi spenti. Anche la Chiesa italiana ha deciso di restare accanto alla popolazione siriana, condividendo gioie e speranze, tristezze e coraggio. Una Chiesa in ascolto di Dio e umilmente impegnata nel servizio.