Partiamo da un quesito: la narrazione dominante che dipinge palestinesi e israeliani come perpetui avversari, nemici permanenti che non possono far altro che odiarsi in eterno, è davvero l’unica possibile? Se si intende allargare lo sguardo oltre il già noto la risposta è no: quella narrazione è semmai la più semplice e la più comoda, nonché la più funzionale a un certo modo di raccontare quel conflitto come un eterno scontro insuperabile. Un racconto che produce semplificazioni efficaci per una certa dialettica politica e giornalistica ma che evita al contempo di affrontare una realtà estremamente complessa, fatta di una pluralità di voci, storie personali, tradizioni culturali e religiose che riescono a convivere nell’intreccio di relazioni quotidiane.
Eppure esistono altre storie, straordinariamente ricche di umanità e connotate dal desiderio di convivenza pacifica, che danno testimonianza di un dialogo che sa accogliere le diversità dell’altro. Le altre storie esistono e prendono corpo ogni giorno, soltanto che non fanno rumore e su di esse non si accendono i riflettori dei media internazionali.
Sono le tante storie di israeliani e palestinesi che lavorano insieme quotidianamente per promuovere una cultura dell’incontro, del dialogo, e il rispetto dei diritti umani. Non di rado si tratta delle storie che coinvolgono qualcuno che pur avendo perso drammaticamente qualche caro, vittima della follia e dell’ideologia, si è impegnato a non odiare e a rigettare la logica della legge del taglione, per dare spazio a percorsi di riconciliazione e a luoghi in cui sia possibile persino pregare insieme, pur nella diversità delle rispettive tradizioni e fedi religiose.
È la storia, ad esempio, di quanti operano a Neve Shalom Wahat al-Salam (letteralmente “Oasi di pace”), un villaggio situato tra Gerusalemme e Tel Aviv, dove ebrei e palestinesi – tutti cittadini israeliani – vivono fianco a fianco, mostrando concretamente che la convivenza nella diversità è possibile quando si fonda sull’accoglienza, il rispetto reciproco e lo spirito di cooperazione.
Alcune volte si deve avere il coraggio di andare controcorrente, anche nei momenti più difficili e impegnativi. È quanto ho avuto modo di apprendere personalmente nel novembre del 2019, a Gerusalemme, dalla testimonianza diretta di alcuni responsabili dell’Organizzazione non governativa israeliana denominata “Friendship Village”, impegnata all’interno di Israele nel promuovere la pace, la convivenza e il dialogo tra ebrei e palestinesi. Compito decisamente impegnativo di questi tempi – ma non impossibile – per un’organizzazione che agisce in una società profondamente divisa al proprio interno come quella israeliana. L’impegno di “Friendship Village” è lodevole, dato che si occupa di formazione ed educazione, promuovendo corsi per studenti, insegnanti e futuri educatori ebrei e palestinesi. Fanno ciò rimanendo ancorati alla realtà, senza perdersi sul piano speculativo, affrontando anche la storia del conflitto israelo-palestinese. Perché la vera questione non è rimuovere il conflitto, né tantomeno affrontarlo con la violenza, ma imparare a trasformarlo. L’obiettivo è lungimirante: preparare operatori che, nelle scuole e nei contesti comunitari, sappiano contrastare la polarizzazione e diventare una nuova leadership capace di promuovere le basi di una società pacificata.
Nella prospettiva di esperienze come quelle appena descritte si inserisce anche l’iniziativa denominata “Joint Memorial Day”, giunta alla ventunesima edizione e tenutasi il 20 aprile scorso al Museum Theatre di Tel Aviv, in occasione della quale sono stati omaggiati i caduti su entrambi i fronti del conflitto. Un evento che, nel solco di un rinnovato desiderio di riconciliazione, nonostante i decennali lutti e le macerie anche di questi ultimi anni, intende guardare con speranza al futuro. Ecco perché il motto scelto per questa edizione dell’iniziativa è stato “We are the day after”: noi siamo il giorno dopo.
Esistono, dunque, altre storie da raccontare. Vicende straordinarie che ci parlano di un dialogo possibile, paziente e silenzioso, tra israeliani e palestinesi. Storie che è importante far conoscere proprio perché se ripetiamo all’infinito che questi due popoli sono “naturalmente” nemici, finiamo davvero per crederci. Come dire che se è una sola narrazione a prendere il sopravvento questa rischia di trasformarsi in una sorta di profezia che si autoavvera.
Raffaele Callia







Nell’ambito del gemellaggio tra la Caritas greca (Hellas) e quella sarda, avviato oramai 9 anni fa e rafforzatosi ulteriormente in occasione del 50° di fondazione della Caritas in Italia, una piccola Delegazione regionale della Caritas Sardegna, composta dal delegato regionale, don Marco Statzu, e dal responsabile del Servizio studi e ricerche, Raffaele Callia, ha proposto un percorso intensivo di formazione per formatori in due sessioni: ad Atene (per i collaboratori dell’Arcidiocesi di Atene), il 3 e 4 febbraio, e nell’isola di Tinos (per i collaboratori dell’Arcidiocesi di Nasso, Andro, Tino e Micono), il 5 e 6 febbraio 2026.
