Siria, dieci anni dopo l’inizio della guerra

Sono trascorsi 10 anni esatti da quando la cosiddetta “primavera araba” è fiorita e repentinamente avvizzita in Siria, portandosi dietro una tristissima contabilità di distruzione, morte, profughi e instabilità politica. La voce del popolo siriano, che chiedeva libertà, dignità e giustizia, è stata soffocata brutalmente nel sangue in una violenza che continua a persistere da ben due lustri, tradendo le aspettative di chi pensava che anche a Damasco si sarebbe instaurato finalmente un regime democratico.

A dieci anni di distanza sono oltre 6 milioni e mezzo i siriani che hanno trovato rifugio al di fuori del proprio Paese; sono circa 6 milioni e 700 mila gli sfollati, ovverosia costretti a fuggire all’interno dei confini nazionali. Dopo dieci anni di guerra hanno perso la vita tra le 400.000 e le 500.000 persone e sono circa 13 milioni e 400 mila coloro che necessitano di assistenza umanitaria a causa della guerra.

Nella circostanza di questo tristissimo decennio per la Siria, Caritas Italiana ha pubblicato un dossier con dati e testimonianze dal titolo “La speranza del ritorno. Dieci anni di guerra, fra violenze, distruzione e vite sospese”. Con tale strumento, come si legge nelle pagine del dossier, si è inteso “riavvolgere il nastro per ricostruire il quadro d’insieme”, così da permettere almeno di “immaginare delle vie di uscita possibili dalla crisi […] in grado di portare a una pace duratura, alla ripresa economica del Paese e al rientro volontario di tutti quei siriani che sognano di tornare nelle proprie case”.

Il decennio della guerra siriana offre anche l’occasione per ricordare come si sono sviluppate le “primavere arabe”, in un’area geo-politica che si estende dal Maghreb tunisino a Damasco, passando per la Libia e l’Egitto, scendendo fino alla parte più meridionale della penisola arabica, ove si è innescato un altro scenario drammatico fatto di guerra e crisi umanitarie qual è appunto lo Yemen.

Nell’estate del 2010 fu l’Egitto a registrare le proteste delle classi dirigenti per l’intenzione dell’allora presidente Mubarak, il quale, come un moderno faraone noncurante dell’istituzione repubblicana, intendeva nominare suo figlio Gamal quale successore. Nel dicembre dello stesso anno toccò alla Tunisia, dove un giovane venditore ambulante si dette fuoco per protestare contro l’ennesima confisca del suo carretto utilizzato per vendere le mercanzie. La reazione della popolazione fu talmente compatta in tutto il Paese, al culmine di una sopportazione durata anni, che il 14 gennaio 2011 il presidente Ben Ali dovette fuggire in Arabia Saudita. L’11 febbraio anche il presidente Mubarak rassegnò le dimissioni. Nel corso del 2011 anche la Libia voltò le spalle a Gheddafi, mentre in Yemen, un anno dopo, il presidente Ali Abdullah Saleh fu costretto ad abbandonare un potere ventennale. Insomma, tutto lasciava presagire che ci sarebbe stata una svolta decisiva nei regimi politici e nella società di questi Paesi.

Anche in Siria, dunque, la speranza di buona parte della società civile era che il regime pluridecennale della famiglia Assad fosse oramai giunto al capolinea. Non fu così. Come si legge nel dossier della Caritas Italiana, “l’energia dei manifestanti si scontro, ovunque, con una realtà amara e complessa”. Le manifestazioni iniziate nel marzo del 2011 “assunsero il volto di una rivoluzione volta al rovesciamento del regime di Bashar al-As­sad; una rivoluzione tradita e fallita, trasfor­matasi in breve tempo in una piccola guerra mondiale che ha visto in campo forze turche, iraniane, russe e americane, oltre ai contendenti “locali” e cioè l’esercito lealista di Bashar Al Assad e le varie milizie autoctone, dai curdi del nord-est ai miliziani jihadisti di vario co­lore o estrazione”.

Ancora oggi la Siria continua a subire il drammatico costo di questo conflitto. Come in ogni guerra, a pagarlo è soprattutto la popolazione civile, che spera di tornare al più presto a vivere in pace nel proprio Paese.

Raffaele Callia