Cosa insegna la strage di Srebrenica, trent’anni dopo

Foto di Oğuzhan Edman (da Unsplash)

Esattamente 30 anni fa, l’11 luglio 1995, nel pieno delle guerre nazionaliste tra le repubbliche della federazione jugoslava – conflitti cruenti che provocheranno una dolorosissima dissoluzione statuale della Jugoslavia –, soldati dell’esercito della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina guidati dal generale Ratko Mladić (supportati da gruppi paramilitari, i famigerati “Scorpioni”), dopo aver assediato per tre anni la città di Srebrenica la conquistarono manu militari, mettendo in atto, in quella città e nel suo circondario, un orribile massacro di più di 8.300 persone, tra uomini e ragazzi bosgnacchi (bosniaci di religione mussulmana). I maschi dai 12 ai 77 anni, infatti, furono separati dalle donne, dai bambini e dagli anziani, formalmente solo per essere interrogati ma in realtà per essere sterminati e sepolti in fosse comuni. Vent’anni dopo, da quelle tumulazioni forzate di cadaveri furono riesumate e identificate 6.930 salme, grazie sia agli oggetti personali rinvenuti sia al confronto del loro DNA con quello dei consanguinei superstiti.

Col senno di poi tale carneficina, complice peraltro la sostanziale inerzia ed omissione di intervento da parte di un assai controverso contingente di Caschi blu dell’ONU, fu considerata un vero e proprio genocidio dalla giustizia internazionale e il massacro più grave avvenuto nel cuore del continente europeo dopo la Shoah. Solo recentemente (il 23 maggio 2024) l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha proclamato l’11 luglio “Giornata internazionale di riflessione e commemorazione del genocidio di Srebrenica”, nonostante la storiografia serba neghi apertamente tale crimine e derubrichi il tutto come “guerra difensiva e patriottica” nei libri di testo scolastici. Ancora oggi diversi politici ultranazionalisti serbi non riconoscono i fatti avvenuti a Srebrenica e tendono a giustificare con il diritto di rappresaglia la reazione delle forze militari serbe, continuando ad alimentare – ancora dopo trent’anni – l’ostilità tra le varie comunità etnico-religiose presenti (serbe-ortodosse, croato-cattoliche e bosgnacche-mussulmane).

Ciononostante, la strage di Srebrenica insegna come le istituzioni internazionali, quando ne viene pienamente riconosciuta la legittimità, possono dare vita a sentenze che suonano come un monito lapidario per l’umanità, come nel caso delle condanne del Tribunale penale internazionale per l’ex-Jugoslavia (ICTY), che è riuscita ad incriminare 21 persone, riconoscendo per molte di esse la fattispecie di “genocidio”. Il fatto giuridicamente più eclatante, oltre alla condanna all’ergastolo per Ratko Mladić, è stata la condanna del presidente serbo Radovan Karadžić: condannato prima a 40 anni di carcere e poi, nel 2019, all’ergastolo.

La strage di Srebrenica insegna anche come l’inerzia della comunità internazionale, di fronte a fatti gravi ed evidenti, come i crimini di guerra e i genocidi, così come è avvenuto con il controverso ruolo assunto dal contingente olandese dei Caschi blu dell’ONU, significhi legittimare nella sostanza pratiche disumane e contrarie alla dignità della persona e al concetto stesso di civiltà.

Non solo, la strage di Srebrenica, dopo trent’anni, insegna che la rappresaglia per i presunti crimini commessi da una parte (nel caso specifico, dall’esercito della Repubblica di Bosnia ed Erzegovina nei confronti dei serbi) non giustifica in alcun modo, per di più forzando le leggi internazionali in materia, i crimini di guerra, il genocidio ed altre pratiche disumane e degradanti (affamare e/o uccidere la popolazione civile, costituire dei campi di concentramento, ecc.).

Tutto questo ed altro ancora insegnano i fatti drammatici di Srebrenica dopo trent’anni, proprio quando il diritto internazionale sembra vivere, al giorno d’oggi, una crisi senza precedenti.

Ma Srebrenica insegna anche altro. Per quanto la Bosnia Erzegovina conviva ancora con il fantasma della guerra e dei genocidi, una nuova generazione – pur non dimenticando il passato – intende voltare pagina cercando di costruire un Paese diverso, percorrendo un cammino di genuina convivenza fra le diverse componenti etnico-religiose. A Srebrenica esiste una squadra di calcio, denominata “FK Guber”, in cui la convivenza la si sperimenta sul campo. Esiste anche una scuola di musica, la “House of Good Tones”, frequentata insieme da giovani bosniaci musulmani e giovani serbi, perché anche strumenti diversi, che suonano partiture diverse, insieme possono dare vita a straordinarie armonie.

Raffaele Callia