Per evitare di condannare l’intero popolo israeliano

Nelle pagine del suo famoso diario, Hetty Hillesum, ignara del suo drammatico destino nel campo di concentramento di Auschwitz, consumatosi alla fine di novembre del 1943 ad opera di fanatici tedeschi ebbri della perversa ideologia nazista, ha lasciato impresso un appello all’umanità dal profondo valore etico, valido ancora oggi per ognuno di noi: «Se anche non rimanesse che un solo tedesco decente, quest’unico tedesco meriterebbe di essere difeso contro quella banda di barbari, e grazie a lui non si avrebbe il diritto di riversare il proprio odio su un popolo intero».

In quelle parole così profonde e drammatiche si intravede in filigrana lo stesso spirito che ha animato più recentemente anche il regista israeliano Ari Folman, anch’egli toccato indirettamente dalla follia nazista, giacché la sua famiglia è stata deportata ad Auschwitz durante l’Olocausto, riuscendo fortunatamente a sopravvivere. Nel suo film d’animazione dal titolo “Valzer con Bashir”, del 2008, Folman racconta il suo dramma interiore quando da giovane soldato israeliano ha assistito personalmente all’eccidio dei campi profughi di Sabra e Shatila, fra il 16 e il 18 settembre del 1982.

Queste due testimonianze, tra le tante esistenti, stanno ad indicarci come la responsabilità di un governo in un dato momento storico, pur raccogliendo margini più o meno ampi di consenso da parte della popolazione civile, non può e non deve rappresentare un intero popolo: nel caso dei tedeschi, citato da Hillesum; così come degli israeliani, come raccontato da Folman.

Sul dissenso e il dramma interiore vissuto dagli israeliani per quanto sta avvenendo a Gaza da quasi due anni, dopo il terribile attentato terroristico subito nell’ottobre del 2023 ad opera di Hamas, si devono citare non solo le continue mobilitazioni e manifestazioni di piazza, l’ultima delle quali tenutasi il 22 luglio scorso con centinaia di persone scese in piazza a Tel Aviv per la “marcia della farina” in favore della popolazione civile di Gaza, affamata e allo stremo delle forze, ma anche il crescente rifiuto dei riservisti  israeliani che non intendono tornare al fronte, di pari passo col tristissimo fenomeno dei suicidi tra i giovani soldati, tema di cui si è occupata recentemente anche la stampa israeliana.

Sono stati, fra gli altri, i quotidiani israeliani Haaretz e Yediot Aharonot a rivelare recentemente la profonda crisi psicologica provata da quei soldati che, appartenendo alle forze di riserva che partecipano al servizio attivo coinvolto sul fronte di Gaza, non hanno retto al trauma psicologico della guerra in corso. Sarebbero almeno 44 i soldati che si sono suicidati dall’inizio della guerra a Gaza, di cui 19 nei primi mesi di quest’anno. La televisione israeliana “Canale 12” ha reso noto che a soffrire di sintomi di stress post-traumatico sarebbero circa 20.000 soldati: cifra che mette in evidenza l’entità della crisi psicologica all’interno delle forze armate israeliane. Sono aspetti di cui tener conto nel prendere in esame la profonda crisi etica che sta attraversando Israele, insieme al numero crescente di disertori e di obiettori di coscienza (destinati inevitabilmente al carcere) che si rifiutano di essere arruolati nelle forze armate di un Paese che sembrerebbe non avere più un obiettivo chiaro e che estende in modo indefinito i periodi di reclutamento.

La stessa catastrofe umanitaria cui si sta assistendo in queste settimane, osceno corollario di una guerra senza fine offerto a una platea mondiale ancora troppo distratta, sta minando la fiducia di ampi settori della società civile israeliana: se all’inizio l’obiettivo era riportare a casa gli ostaggi, oggi quella motivazione è stata derubricata a una delle possibilità dell’azione militare, certamente non la più importante. Così che, come una sorta di resistenza silenziosa a questa barbarie, anche fra i soldati che non riusciranno più a liberarsi dall’incubo delle morti di innocenti, cresce il dissenso e la disobbedienza morale.

Ad essere onesti intellettualmente ed eticamente, è anche grazie a loro – per riprendere le parole di Hetty Hillesum –, a quei soldati che dicono no a una guerra che uccide innocenti, alla società civile israeliana che scende in piazza per prendere le distanze dalle scelte belliciste del proprio governo; è proprio grazie a loro che «non si avrebbe il diritto di riversare il proprio odio su un popolo intero».

Raffaele Callia