
Il conflitto iniziato a fine febbraio, con l’attacco israelo-statunitense in Iran, ha già provocato migliaia di vittime, la maggior parte delle quali civili. Di fronte a questo scenario si continua a seguire il succedersi degli eventi quasi con rassegnazione e con una subdola abitudine che rischia di trasformarsi in attitudine all’indifferenza. Eppure, come ci ha ricordato anche il pontefice in occasione dell’Angelus di domenica 22 marzo, non possiamo «rimanere in silenzio di fronte alla sofferenza di così tante persone, vittime inermi di questi conflitti. Ciò che li ferisce, ferisce l’intera umanità. La morte e il dolore provocati da queste guerre sono uno scandalo per tutta la famiglia umana e un grido al cospetto di Dio!».
Il moltiplicarsi dei conflitti in diverse parti del mondo suscita sempre più sentimenti contrastanti: da un lato ci si sente impotenti di fronte ad eventi che risultano essere non alla portata dei singoli; dall’altro lato si rischia di provare una sostanziale indifferenza, tanto più se quegli eventi si collocano geograficamente e culturalmente lontano dal nostro orizzonte. Eppure, per i cristiani i criteri per porsi di fronte alle guerre restano sempre molto chiari e in grado di richiamare alla responsabilità su più livelli.
Come prima cosa va richiamata la radice evangelica della pace come vocazione, come vero e proprio punto di partenza. Nel Vangelo di Matteo (5,3-12), fra le beatitudini indicate da Gesù nel cosiddetto “discorso della montagna”, viene fatto esplicito riferimento al tema della pace come chiamata decisiva, non come un qualcosa di accessorio nella vita di fede. “Beati gli operatori di pace” è un invito a spezzare radicalmente la logica della violenza, la quale non può essere mai considerata una soluzione desiderabile e neppure può giustificare moralmente – come si tenta di ripetere anche al giorno d’oggi – dottrine del passato che richiamano al concetto di “guerra giusta”, all’esercizio della forza (che si risolve per lo più in prepotenza e prevaricazione) per garantire la pace.
Per ogni cristiano esiste anzitutto un livello di responsabilità spirituale. La preghiera non è mai una fuga mundi, non è evasione dalla realtà, diventando alibi per il disimpegno e l’indifferenza. Anche in ambito non cristiano, la dimensione contemplativa è apertura al mondo e non chiusura. Di fronte alle tragedie umane provocate dalle guerre è un modo potente – il più potente – per farsi carico della sofferenza disponendosi alla ricerca di un significato. La preghiera serve a mantenere viva l’attenzione del cuore e a nutrire la speranza; serve a ricordarci che la pace è anzitutto dono prima di essere il frutto di un’azione umana. È ancora il Papa, nel citato angelus di domenica 22, a rinnovare con forza «l’appello a perseverare nella preghiera, affinché cessino le ostilità e si aprano finalmente cammini di pace fondati sul dialogo sincero e sul rispetto della dignità di ogni persona umana».
Esiste poi una responsabilità sotto il profilo etico, che rifiuta la retorica dell’odio e delle contrapposizioni ideologiche che non guardano all’umano. Sotto questo profilo va detto che sempre più si assiste ad affermazioni proferite dai cosiddetti “grandi della Terra” che esaltano la prevaricazione, il principio della forza militare; che disumanizzano gli avversari e spesso irridono quanti si schierano genuinamente sul piano della nonviolenza e della pace. Rispetto a ciò il cristiano dovrebbe distinguersi per la mitezza, per il rispetto dovuto ad ogni essere vivente, per il desiderio mai sopito di coltivare una cultura della pace nelle relazioni quotidiane (in famiglia, nei luoghi di lavoro, a scuola, negli stessi ambienti ecclesiali); perché ama la verità e la giustizia e non confida nei potenti, come ci ricorda il Salmo 146 (145).
Esiste poi una responsabilità sociale, che consiste nell’impegnarsi insieme ad altri – soprattutto in chiave preventiva – in esperienze concrete di dialogo, di mediazione e di cooperazione leale tra i popoli; nella difesa dei diritti umani e della dignità di ogni persona; come insegna il Vangelo, anche rispettando il “nemico”.
Vi è poi un livello di responsabilità politica, la quale non significa necessariamente schierarsi con un partito o con un altro, ma promuovere istanze politiche che inducano i governi a prevenire i conflitti con azioni diplomatiche e di cooperazione, richiamando tutti, incessantemente, al rispetto del diritto internazionale; significa vigilare costantemente sulle scelte dei governi e incoraggiarli ad intraprendere percorsi di difesa nonviolenta, civile e sociale. Tutto il contrario di quanto sta avvenendo in questi tempi, con una nuova ed inquietante corsa agli armamenti.
Al giorno d’oggi la responsabilità dei cristiani di fronte alla guerra risulta ancora più impellente, proprio perché se è vero che lo scenario internazionale è divenuto più complesso è altrettanto vero che l’impegno nel proteggere i più deboli e i più vulnerabili non è mai venuto meno. Così come è sempre urgente l’impegno nel denunciare le ingiustizie in ogni ambito della vita, rimuovendone contemporaneamente le cause; l’impegno nell’abbattere i muri dell’odio, costruendo ponti di dialogo; l’impegno personale, anzitutto, nell’essere segno di unità e testimoni credibili di una pace che viene da Dio.
Raffaele Callia
