Hai tra i 19 e i 30 anni e vorresti condividere un’esperienza di servizio insieme ai giovani da tutta Italia? Sei nel posto giusto!
Con il progetto “Mi sta a cuore – Curare il presente per sognare il futuro” hai la possibilità di candidarti per vivere un’esperienza a Roma dedicando un anno della tua vita – dall’1 ottobre 2022 – a servizio degli altri e condividendo il cammino con altri giovani. Scarica il progetto.
Per essere tra gli otto giovani che verranno selezionati a partecipare, compila il form di Google entro il 31 luglio 2022 e sarai ricontattato per un colloquio di selezione a Roma presso la sede di Caritas Italiana in via Aurelia 796 dal 6 all’8 settembre 2022.
Per maggiori informazioni puoi consultare le FAQ qui di seguito riportate oppure scrivere a segreteria@caritasiglesias.it.
NON PERDERE L’OCCASIONE! TI ASPETTIAMO!
CHI PUO’ PARTECIPARE?
Giovani di tutta Italia di età compresa tra i 19 (compiuti nel 2022) e i 30 anni (compiuti nel 2022).
QUALI REQUISITI SONO RICHIESTI?
I requisiti richiesti sono motivazione, voglia di mettersi in gioco, curiosità, disponibilità alla vita comunitaria e condivisione dei valori del progetto.
POSSO CANDIDARMI SE HO GIA’ SVOLTO L’ANNO DI SERVIZIO CIVILE O L’ANNO DI VOLONTARIATO SOCIALE?
Sì.
POSSO CANDIDARMI ANCHE SE NON HO ESPERIENZA DI VOLONTARIATO E NON CONOSCO IL MONDO CARITAS?
Sì.
QUANTO DURA IL PROGETTO?
Il progetto partirà il 1° ottobre 2022 e avrà durata di 12 mesi.
DOVE SARÀ LA SEDE DEL PROGETTO?
Ai partecipanti chiediamo di trasferirsi a Roma per un anno e di vivere l’esperienza di vita comunitaria presso un’ala indipendente dell’istituto delle Suore Figlie della Carità (via Francesco Albergotti, 75) da gestire in autonomia.
COME MI MANTENGO ECONOMICAMENTE PER TUTTTA LA DURATA DEL PROGETTO?
Le spese di vitto e alloggio sono a carico del progetto e, in aggiunta, ai partecipanti sarà riconosciuto un rimborso spese mensile.
COSA FARÒ CONCRETAMENTE?
La settimana sarà scandita dal servizio presso gli uffici di Caritas Italiana, a Roma, in via Aurelia 796, e dal servizio concreto verso gli “ultimi” – e non solo – presso i luoghi della città di Roma che saranno individuati insieme ai giovani, una volta arrivati e ascoltati i loro desideri.
PERCHÉ DOVREI CANDIDARMI A PARTECIPARE?
Crediamo che questa esperienza possa essere, se vissuta bene, altamente formativa per conoscersi, crescere, condividere e costruire da protagonisti il proprio presente e futuro.
Il servizio svolto all’interno e all’esterno del mondo carcerario da parte delle comunità cristiane (cappellani, volontari delle Caritas, ecc.) pone in luce l’esistenza di una realtà sofferta e complessa, come ci ricordano di tanto in tanto anche le cronache giornalistiche, in particolare quando si apprende dolorosamente della difficile condizione della vita carceraria o persino di qualche detenuto che si toglie la vita.
Peraltro, queste difficoltà e complessità si amplificano quando i detenuti provengono da Paesi diversi dal nostro. I detenuti stranieri, infatti, oltre alle consuete difficoltà tipiche di chi vive una condizione della limitazione della libertà personale, manifestano sovente l’assenza di reti relazionali significative con l’esterno; alcune volte subiscono ulteriori discriminazioni all’interno delle strutture detentive; trascorrono i giorni in condizioni di reale indigenza; inoltre, vivono sulla propria pelle la minaccia incombente di una legislazione riguardante il permesso di soggiorno che, una volta usciti dal carcere, rischia di porli in una condizione di illegalità non sanabile in poco tempo.
Stando ai dati del Ministero della Giustizia, al maggio del 2022, dei 2.011 detenuti reclusi nelle strutture penitenziarie della Sardegna 426 sono di nazionalità non italiana: una quota pari al 21,2%. Si tratta di una presenza concentrata per lo più nelle strutture di Onanì-Mamone (ove gli stranieri assorbono il 66% delle persone recluse), Arbus-Is Arenas (64,5%) e Isili (ove la metà della popolazione carceraria è straniera). Risulta minoritaria, ma comunque significativa, la percentuale dei detenuti stranieri presente nelle strutture penitenziarie di Sassari-Bancali (poco più di un quarto, con una quota pari al 27,5%) e di Cagliari-Uta (16,6%).
La maggior parte dei detenuti stranieri proviene dal continente africano (dai soli Paesi del Maghreb una quota pari al 40,8%); in particolare dal Marocco (105 su un totale di 426 detenuti stranieri), dalla Nigeria (51), dalla Tunisia (41), dall’Algeria (28), dal Gambia (17), dal Senegal (16), dall’Egitto (12) e dal Ghana (5).
Tra i detenuti provenienti dal continente europeo: i romeni (34), gli albanesi (25), i bosniaci (8), gli ucraini (7) e i polacchi (4). Sono presenti anche detenuti provenienti dalla Siria (7), dall’India (5), dal Pakistan (4) e dalla Cina (4).
Della condizione dei detenuti stranieri reclusi nelle strutture penitenziarie della Sardegna si occupò anche una ricerca condotta dalla Delegazione regionale della Caritas, pubblicata nel 2015 col titolo “Caritas: dentro e fuori dal carcere. Indagine sulla popolazione straniera detenuta negli istituti di pena della Sardegna”.
I detenuti stranieri incontrati dagli operatori delle Caritas durante la ricerca furono più di 300 (di cui solo 6 di genere femminile). La somministrazione dei questionari avvenne in alcune delle strutture penitenziarie dell’epoca: Cagliari, Iglesias, Isili, Massama, Nuoro, Onanì e Tempio-Pausania. Da quella ricerca emergeva come dall’Africa provenisse la maggior parte dei detenuti intervistati (più di uno su quattro nato in Marocco).
In diversi casi i detenuti stranieri intervistati dichiararono di non essere in possesso del permesso di soggiorno prima della reclusione: quasi sei su dieci. Tale problema, spesso sottovalutato, influenza in maniera determinante le vicende degli stranieri. Le richieste emerse durante i colloqui furono molteplici, intercettando problematiche quali: la modalità per la regolarizzazione e per il rinnovo del permesso di soggiorno; le norme che regolano l’espulsione e l’estradizione; le possibilità e modalità di accesso a misure alternative; il rinnovo di documenti presso l’autorità consolare del paese d’origine; le modalità per ottenere il permesso di contattare i familiari.
Per i detenuti stranieri assume grande rilevanza il ruolo assunto dai mediatori linguistici e culturali. Il mediatore, ad esempio, aiuta i detenuti a leggere e capire i documenti processuali e le lettere degli avvocati, a comprendere le modalità per ottenere indumenti e altri effetti personali, per svolgere lavori interni all’Istituto carcerario dove stanno scontando la pena, per iscriversi a corsi professionali e scolastici. Si tratta di un ponte con il mondo esterno e con un futuro di redenzione che è spesso difficile intravedere stando all’interno di un’istituzione totale come il carcere.
«Esiste un consenso scientifico molto consistente che indica che siamo in presenza di un preoccupante riscaldamento del sistema climatico. Negli ultimi decenni, tale riscaldamento è stato accompagnato dal costante innalzamento del livello del mare, e inoltre è difficile non metterlo in relazione con l’aumento degli eventi meteorologici estremi, a prescindere dal fatto che non si possa attribuire una causa scientificamente determinabile ad ogni fenomeno particolare. L’umanità è chiamata a prendere coscienza della necessità di cambiamenti di stili di vita, di produzione e di consumo, per combattere questo riscaldamento o, almeno, le cause umane che lo producono o lo accentuano».
Ad esprimersi in questi termini è l’Enciclica Laudato si’ di Papa Francesco, al numero 23, dopo averci ricordato nello stesso punto che «il clima è un bene comune, di tutti e per tutti». È pur vero che in questi ultimi anni, nell’opinione pubblica, è cresciuta una certa sensibilità sui temi del cambiamento climatico e del riscaldamento globale. Si è nel complesso consapevoli che la virulenza di eventi quali tifoni, tornado e alluvioni non è più relegata alle sole zone tropicali, così com’è cresciuta la preoccupazione per i prolungati periodi di siccità e per l’innalzamento delle temperature medie, che anticipano l’avvento della stagione calda e la prolungano in modo indefinito. Eppure, sembrerebbe che questa rinnovata sensibilità non riesca ancora a tradursi in un effettivo sostegno alle politiche che pongano la questione ambientale come tema centrale dell’ecologia integrale.
Su queste tematiche la sociologa Raya Muttarak (dal dicembre dello scorso anno docente di demografia all’Università di Bologna ed esperta di percezione del cambiamento climatico, disuguaglianza sociale, salute e migrazione) ha pubblicato recentemente uno studio in cui si pone in evidenza la connessione esistente tra comportamenti elettorali ed eventi climatici estremi. Fra gli esiti più significativi di tale studio emerge come una delle strozzature più rilevanti che impediscono la riduzione dei cambiamenti climatici è proprio di natura politica. I costi immediati, i sacrifici e i tagli necessari a ridurre le emissioni di carbonio, infatti, comporterebbero un elevato prezzo in termini di consenso elettorale. Questo significa che, pur disponendo della conoscenza e delle tecnologie necessarie per contrastare il cambiamento climatico, non si è disposti a suscitare il dissenso dell’elettorato (con la conseguente perdita di potere) che inevitabilmente ne deriverebbe, tenuto conto dei necessari sacrifici in termini di cambiamento radicale degli stili di vita.
Altre indagini sul tema mostrano come soprattutto i cittadini europei, anche dal punto di vista semantico, siano preoccupati più nello specifico dal “riscaldamento globale” che dai “cambiamenti climatici” in senso lato. Termini quali “anomalie delle temperature”, “episodi di calore” ed “episodi di siccità” inquietano molto di più l’elettore medio europeo rispetto a una generica preoccupazione sul cambiamento del clima. Come ha posto in rilievo la rivista Neodemos, in un articolo del 24 maggio scorso, «maggiore è il numero di giorni di caldo fuori stagione (rispetto alla media del periodo 1971-2000) verificatosi in una determinata regione durante l’anno che ha preceduto una consultazione elettorale o un’elezione europea, maggiore è il numero di persone che in quell’area si sono dichiarate preoccupate per l’ambiente e più alta la quota di voti incassati dai partiti ambientalisti. Lo stesso effetto non si registra nel caso di anomalie negative di temperatura, come ondate di freddo, lunghi periodi di pioggia e alluvioni».
Gli esperti ci ricordano che se non si metteranno in pratica azioni concrete di contrasto al riscaldamento globale, attraverso la riduzione delle emissioni di carbonio, nei prossimi decenni l’umanità dovrà fare i conti con fenomeni metereologici sempre più estremi. L’appello è ad assumere ciascuno quote di responsabilità (a livello personale e collettivo) nel cambiamento degli stili di vita, di produzione, di scambio, di consumo, di trasporto, ecc. Un cambiamento, dunque, decisamente radicale.
A tale riguardo, l’Enciclica Laudato si’ ci richiama alle radici etiche e spirituali dei problemi ambientali, invitandoci «a cercare soluzioni non solo nella tecnica, ma anche in un cambiamento dell’essere umano, perché altrimenti affronteremo soltanto i sintomi» e a passare «dal consumo al sacrificio, dall’avidità alla generosità, dallo spreco alla capacità di condividere».
«Se c’è un’azione, tra le attività degli uomini, che è opportuno intraprendere con esitazione, che anzi è opportuno evitare, scongiurare, respingere in ogni modo possibile, quella è la guerra. Nulla è più empio della guerra, nulla più sciagurato, nulla più pericoloso. Da nulla, come dalla guerra, è più difficile venire fuori e nulla è più tetro e indegno dell’essere umano, per non dire del cristiano». Con queste parole, espresse nei suoi famosi “Adagia” (oltre 800 proverbi latini da lui commentati con rigore filologico), agli inizi del XVI secolo il grande umanista Erasmo da Rotterdam esprimeva chiaramente la propria posizione nei confronti della guerra; di ogni guerra. Fra questi cita l’adagio di Publius Flavius Vegetius, un aristocratico romano del IV-V secolo, che suona ancora oggi come un monito inoppugnabile: «La guerra piace a chi non la conosce».
La guerra “empia e sciagurata” di cui parla Erasmo non è solo portatrice di violenza e distruzione, con la sua terribile conta di morti e feriti, ma è capace di provocare disastri – con il suo effetto snowball – in aree geopolitiche non toccate direttamente dal conflitto. Lo dimostrano le conseguenze della guerra attualmente più amplificata dai mezzi di informazione, vale a dire quella in Ucraina.
Si sa, infatti, come la dipendenza energetica dei Paesi europei costituisca un freno alle sanzioni imposte alla Russia per il suo intervento militare in Ucraina. Com’è altrettanto noto che il blocco della produzione agricola in Ucraina stia producendo forti instabilità nei mercati. Russia e Ucraina – giusto per ricordare qualche cifra – da sole assorbono oltre un quarto del commercio mondiale di grano, mentre il continente africano dipende letteralmente dai loro prodotti cerealicoli per il suo approvvigionamento alimentare. In proposito, si pensi che il 32% delle importazioni africane tra il 2018 e il 2020 proveniva dalla Russia e il 12% dall’Ucraina.
Siamo pertanto di fronte a uno stato di allerta per possibili carestie e crescita della povertà in alcune aree del mondo, con conseguenze inevitabili sul fronte della mobilità umana. Si prevedono infatti nuove possibili migrazioni forzate, in particolare in Africa (“migrazioni circolari”, le più consistenti) e dal Nord Africa e dal Medio Oriente verso l’Europa.
Paesi come il Libano, l’Egitto, il Sudan e la Tunisia (in cui il pane rappresenta una componente essenziale nell’alimentazione quotidiana), in gran parte dipendono dal grano russo e ucraino. Peraltro, si tratta di Paesi che non godono di condizioni floride dal punto di vista economico e sociale e in cui si registra una profonda instabilità politica. Alcuni di essi sono stati teatro delle cosiddette “primavere arabe” scoppiate una decina di anni fa proprio a partire dalle rivolte per il pane.
Per il segretario generale delle Nazioni Unite, il portoghese António Guterres, la guerra della Russia contro l’Ucraina «minaccia la quota di cibo mondiale che normalmente si riesce a fornire e a mettere a disposizione dei Paesi in via di sviluppo, in particolare dei più poveri del mondo». In Sudan, anche a causa dei raccolti scarsi, della siccità e della crisi economica, si stima che il numero di persone affette da fame acuta raddoppierà, oltrepassando l’impressionante cifra di 18 milioni entro il prossimo settembre. Di fronte a questo scenario sarà inevitabile che si riparli di nuove e più consistenti migrazioni forzate.
Si tratta di previsioni inquietanti che ci ricordano come la guerra, “empia e sciagurata” di cui parla Erasmo, è un fenomeno che mette in connessione tutti e in tutte le parti del mondo. Se proprio non si può rimanere indifferenti per questioni di coscienza certamente ci si deve preoccupare per i risvolti eminentemente pratici che toccano l’umanità, tutta l’umanità, in ogni angolo del mondo.
Sono settimane che i quotidiani, i telegiornali, i talk show, i social network offrono l’osceno spettacolo della guerra in Ucraina. Veniamo letteralmente tempestati, giorno dopo giorno, da immagini che continuamente ci ricordano le ferite aperte di un conflitto nel cuore dell’Europa; un conflitto che ha già prodotto milioni di sfollati e profughi, migliaia di morti e distruzione, con danni materiali e morali i cui effetti si protrarranno per moltissimi anni.
La ferita aperta in Ucraina non è tuttavia l’unica a livello globale. Esistono conflitti purtroppo dimenticati in tante altre parti del mondo, come ricorda il portale www.conflittidimenticati.it, gestito dalla Caritas Italiana e da Pax Christi, e come viene illustrato nei periodici rapporti tematici, l’ultimo dei quali realizzato in collaborazione con Famiglia Cristiana, Avvenire e il Ministero dell’istruzione, dal titolo “Falsi equilibri” (pubblicato dalle edizioni San Paolo).
Un recente dossier con dati e testimonianze pubblicato dalla Caritas Italiana, dal titolo “Pace fragile”, ci ricorda come in Sierra Leone, dopo 20 anni dalla fine formale della guerra, le ferite siano ancora aperte; a dimostrazione del fatto che la pace stabile e duratura è tutt’altro che la conseguenza logica dei soli accordi tra le parti. Come dire che, accanto a una “pace formale” (spesso provvisoria) ci deve essere necessariamente una “pace sostanziale”, che si basa su effettive condizioni di giustizia e riconciliazione fra tutte le parti in causa.
In questo senso si espresse anche Paolo VI, in occasione della Giornata mondiale della pace celebrata il 1° gennaio del 1975: «La pace dev’essere “fatta”, dev’essere generata e prodotta continuamente; essa risulta da un equilibrio instabile, che solo il movimento può assicurare e che è proporzionato alla velocità di esso. Le istituzioni stesse, che nell’ordine giuridico e nel concerto internazionale hanno la funzione ed il merito di proclamare e di conservare la pace, raggiungono il loro provvido scopo se esse sono continuamente operanti, se sanno in ogni momento generare la pace, fare la pace».
A tale riguardo il dossier dal titolo “Pace fragile” pone bene in luce come se è vero che in Sierra Leone, dopo 20 anni dal processo di pace, la guerra guerreggiata possa dirsi sostanzialmente cessata, le cause che hanno determinato il conflitto e le violenze (che hanno perfino visto arruolati i bambini soldato) non si sono spente del tutto. Persiste una povertà diffusa, nel contesto di un Paese con istituzioni ancora deboli e contrassegnate dalla corruzione, in un quadro di ingiustizia sociale che mina alla base l’equilibrio raggiunto con la “pace formale”.
Le parole di mons. Giorgio Biguzzi, vescovo della diocesi di Makeni (in Sierra Leone) all’epoca del conflitto, suonano ancora molto attuali, se si pensa a quanto sta avvenendo in Ucraina, ma anche in Sudan, in Libia, in Iraq e nello stesso Afghanistan: «Come la guerra non avviene per generazione spontanea, ma c’è chi ne è padre o madre, così è per la pace: bisogna volerla, se si esprimono solo delle buone intenzioni e non ci si dà da fare, non avviene. Se ci sono situazioni di pace è perché c’è
gente che è convinta che bisogna esporsi per la pace».
Si tratta di considerazioni che dovrebbero indurci a ribaltare l’antico adagio. Non più “Si vis pacem, para bellum” ma “Si vis pacem, para pacem”: se vuoi la pace prepara la pace; ogni giorno, a cominciare dal tuo cuore.
Il Centro unico di raccolta e distribuzione viveri di Carbonia, servizio da diversi anni promosso dalle Caritas parrocchiali di Carbonia, ha organizzato per la Santa Pasqua una raccolta di prodotti di prima necessità per predisporre dei pacchi destinati alle famiglie indigenti della città. Nel mese di aprile le famiglie assistite sono state in tutto 127, con un intervento che ha visto beneficiarie circa 300 persone. Dal 26 marzo al 10 aprile, nelle parrocchie Beata Vergine Addolorata, Gesù Divino Operaio, Cristo Re, San Camillo, San Narciso, San Ponziano e Vergine delle Grazie, sono stati raccolti diversi prodotti che più rispondono alle esigenze mensili delle famiglie. Ogni parrocchia ha avuto il compito di raccogliere latte e zucchero, olio di semi, legumi e pasta, succhi di frutta, merendine, prodotti per l’igiene personale, ecc. Così facendo, è stato possibile destinare le offerte in denaro pervenute al Centro, per acquistare altri prodotti inseriti nei pacchi. A questa raccolta per la Santa Pasqua, si è unita come ogni anno anche la Scuola “Camilla Gritti”.
Di seguito la tabella con le tipologie e le quantità dei prodotti raccolti.
Prodotti
Quantità
Bagnoschiuma/Shampoo
96
Biscotti/Merendine
173
Caffè da 250 gr..
14
Carta igienica
7
Dentifricio
45
Detergente intimo/Saponi/Pannolini
73
Prodotti per la pulizia della casa
45
Detersivo per la lavatrice
17
Detersivo per i piatti
17
Farina/Polenta da 1 kg
99
Formaggi vari/Formaggini
2
Latte da 1 lt
275
Legumi vari
591
Marmellata/Nutella/Miele
2
Olio “Evo” da 1 lt
2
Olio di semi da 1 ly
56
Omogeneizzati da vasetto singolo
37
Colombe/Uova di Pasqua
5
Pasta da 500 gr
400
Passata di pomodoro in brick e in bottiglia da 1 kg/lt
Nelle prime settimane del 2022 lo sguardo cominciava a proiettarsi verso un futuro di bramata “normalità”, dopo due anni di restrizioni e affanni causati dalla pandemia. Si cominciava a tirare un sospiro di sollievo dopo un periodo assai faticoso, durante il quale anche le Caritas diocesane della Sardegna sono state sottoposte a un impegno straordinario e a sollecitazioni nuove e continue. Tra la fine di febbraio e i primi di marzo di quest’anno, esattamente come due anni fa, ci siamo trovati a convivere con una nuova emergenza e nuove preoccupazioni; con la scoperta dolorosa di un nuovo conflitto nel cuore dell’Europa. Una nuova emergenza che è anzitutto umanitaria e morale, prim’ancora che geopolitica.
Di fronte a tante e tali preoccupazioni, dopo un così prolungato periodo di prova, vi è senz’altro il rischio di vivere una subdola tentazione: di gettare la spugna, di dire basta alle continue sollecitazioni derivanti dai problemi di tanti fratelli e sorelle che chiedono aiuto. Ecco che anche per i credenti arriva l’ora del grande interrogativo esistenziale: che significato ha tanta sofferenza? Perché siamo così impotenti di fronte a questo nuovo dolore? Dove trovo la forza per andare avanti, dopo così tante prove? Perché continuare a fare il bene, visto come vanno le cose nel mondo?
Sono interrogativi più che legittimi, che trovano una generosa accoglienza nella misericordia di Dio, nonostante i nostri molti dubbi e la nostra fragilità. Una qualche risposta ce la offre San Paolo, quando – rivolgendosi alla comunità dei Galati (6,9-10a) – esorta a non stancarsi mai «di fare il bene; se infatti non desistiamo a suo tempo mieteremo». Ebbene, chi opera nei servizi caritativi deve combattere tutti i giorni contro la diabolica tentazione di cessare di fare il bene: perché non si vedono subito i risultati; perché le cose non vanno come si vorrebbe; perché il male e i problemi sembrerebbero prevalere sul bene e sulle soluzioni necessarie.
In verità, la prospettiva di chi ha fede – ce lo ricorda Papa Francesco nel suo messaggio per questa Quaresima – non è quella di un dirigente aziendale, coi suoi business plan e i suoi sofisticati modelli matematici per la realizzazione di obiettivi da portare a compimento secondo le auspicate previsioni. La prospettiva di chi ha fede è quella sobria ed essenziale di un agricoltore, che si sforza pazientemente di seminare nonostante tutte le difficoltà e le intemperie, senza sapere quando sarà il tempo della mietitura. Una giusta provocazione per ricordarci che siamo tutti delle fragili creature e non il Creatore.
A noi il compito di metterci a disposizione nel servire i fratelli, costruendo la Pace come uomini e donne sempre desiderosi di perdonare e di chiedere perdono; sempre desiderosi di fare il bene: non nonostante tutto, ma proprio a partire dal tutto che quotidianamente siamo chiamati a vivere.
Accogliendo quotidianamente l’invito quaresimale alla conversione, ognuno di noi può sperimentare quanto sia necessario l’impegno di perseveranza nel bene.
Riusciamo a capire con immediatezza quanto sia bene per ognuno di noi essere disponibili e contribuire al bene dei fratelli intorno a noi e non cedere alla tentazione, tanto presente anche nel mondo d’oggi, “di pensare più all’avere che al donare, più ad accumulare che a seminare il bene e condividerlo”.
Quando ci capita, anche occasionalmente, di aprirci all’amore verso gli altri, il Signore ci dà la grazia di sperimentare la gioia e la libertà interiore che ne scaturiscono. Sono i primi frutti gratuiti che derivano in noi dall’imitazione di Dio, sempre aperto all’amore verso ogni uomo.
Purtroppo, a causa della nostra debolezza, ci capita anche di fare esperienza di un’altra tentazione, quella della stanchezza.
La testimonianza di Gesù nella sua Pasqua ci aiuta a capire quanto sia importante reagire a questa tentazione e impegnarci con perseveranza a vivere nella carità concreta, operando il bene verso tutti, sempre.
“Solo l’impegno a seminare il bene per gli altri ci libera dalle anguste logiche del tornaconto personale e conferisce al nostro agire il respiro ampio della gratuità, inserendoci nel meraviglioso orizzonte dei benevoli disegni di Dio”.
Preghiamo perciò il Signore ogni giorno di questa Quaresima perché ci aiuti a vincere ogni stanchezza e a superare la tentazione di rinchiuderci nel nostro egoismo.
Non stanchiamoci di chiedere sinceramente perdono ogni giorno per la nostra grettezza. Sperimenteremo ogni giorno la grazia della pace che tanto desideriamo quando guardiamo ai problemi del nostro mondo.
Non stanchiamoci di fare il bene nella carità operosa verso il prossimo, per prenderci cura di chi ci è vicino, per farci prossimi a quei fratelli e sorelle che sono feriti sulla strada della vita. Potremo sperimentare la gioia della Pasqua, giorno dopo giorno.
Chiediamo a Dio la paziente costanza dell’agricoltore (cfr Gc 5,7), per non desistere nel fare il bene, un passo alla volta, con la certezza, che ci viene dalla fede, che , “se non desistiamo, a suo tempo mieteremo e otterremo i beni promessi, per la salvezza nostra e altrui” (cfr Eb 10,36; 1Tm 4,16).
+ Giovanni Paolo Zedda
Vescovo delegato per il servizio della carità (CES)
Promossa per la prima volta su iniziativa dell’Associazione Sulcis Assistenza ODV, l’iniziativa denominata “Per Pasqua dona un sorriso”, realizzatasi a Iglesias il 3 aprile nel rione di Serra Perdosa (con la collaborazione del Comune di Iglesias, del Gruppo di volontariato vincenziano di Iglesias e delle parrocchie cittadine), ha permesso di raccogliere il frutto della generosità di tanti benefattori. Oltre sessanta differenti tipologie di prodotti hanno contrassegnato la raccolta di questa prima edizione, fra cui legumi, pasta, latte, biscotti, pelati, riso, detersivi, fette biscottate, ecc. I prodotti donati sono stati conferiti all’Emporio della Solidarietà di Iglesias, grazie all’impegno di tanti volontari messisi a disposizione per l’occasione.
La Caritas diocesana di Iglesias, a nome delle centinaia di beneficiari di tale raccolta, esprime sentimenti di gratitudine verso tutte le persone che si sono spese generosamente nel rendere possibile questa iniziativa. Si esprime un generale grazie che abbraccia tutti coloro che si sono generosamente prodigati per la riuscita dell’evento solidaristico, all’insegna della collaborazione, della solidarietà e della fraternità.
A seguire l’elenco dettagliato dei prodotti donati
Prodotto
Confezioni
Prodotto
Confezioni
LEGUMI
2.039
DISINFETTANTE
24
PASTA
1.282
ALCOOL
20
LATTE
622
BRODO VEGETALE PRONTO
16
BISCOTTI
413
PANNOLINI
16
PELATI
357
MASCHERINE
15
RISO
320
SALE
15
DETERSIVI
262
SGOMBRO
11
FETTE BISCOTTATE
257
SUGO PRONTO
10
TONNO
248
ASSORBENTI
9
SUCCHI DI FRUTTA
219
DETER SGRAS SPRY
9
ZUCCHERO
212
DOLCI/CARAMELLE
9
CAMOMILLA
181
SPAZZOLINO
8
PASSATA DI POMODORO
167
COUS COUS
7
OMOGENIZZATI
163
COLOMBE
6
THE
147
DETERG. VARI
5
MARMELLATE
136
SALVIETTE
5
MERENDINE
135
COTECHINO
4
OLIO
135
MACEDONIA
4
ASCIUGOTTI
125
RISOTTI PRONTI
4
CARTA IGIENICA
104
SPUGNE VARIE
4
PRODOTTI FARMACEUTICI
94
ACETO
3
CAFFE’
91
FORMAGGINI
3
DADI
90
LAMETTE DONNA
3
CREMA SPALMABILE
86
TRIPPA
3
SAPONE LIQUIDO
83
FAZZOLETTI
2
BAGNOSCHIUMA
64
FRUTTA SECCA
2
SFIZIOSITA’
64
MIELE
2
DENTIFRICIO
53
SARDINE
2
SHAMPOO
53
TOVAGLIOLINI
2
PRODOTTI PER BAMBINO
50
FILETTI
1
FARINA
47
ORZO
1
CARNE IN SCATOLA
45
PANGRATTATO
1
DETERG. INTIMO
39
PIATTI
1
Tutti i beni conferiti grazie a tale iniziativa vengono distribuiti alle famiglie bisognose attraverso l’Emporio della Solidarietà, un’innovativa opera-segno della Caritas diocesana, grazie alla quale si è evoluto il servizio di distribuzione dei beni di prima necessità.
Dal giorno dell’inaugurazione del servizio (13 giugno 2016) l’Emporio della Solidarietà cerca di far fronte ai bisogni primari di molti nuclei familiari (ad oggi sono circa 500 le persone aiutate direttamente o indirettamente).
L’Emporio della Solidarietà si trova in uno degli spazi dell’ex mattatoio comunale ed è nato dalla collaborazione tra la Caritas diocesana di Iglesias (che ne ha promosso il progetto), le Caritas parrocchiali, il Volontariato Vincenziano, il Terz’Ordine Francescano e la Sodalitas (tutti nella città di Iglesias).
Locandina del Convegno tenutosi a Leopoli sulle migrazioni ucraine (17.06.2006)
Per chi ha avuto il privilegio di visitare l’Ucraina in tempi di pace, come nel caso dello scrivente, vedere le immagini di devastazione e di morte di questi giorni provoca un ulteriore motivo di sgomento. Inevitabilmente, a tali immagini dolorose si sovrappongono i ricordi, l’incredulità e il senso di impotenza per quanto sta avvenendo.
I ricordi personali sono associati a un viaggio-studio effettuato nel giugno del 2006, unitamente a una delegazione composta da alcuni ricercatori dell’équipe che annualmente cura la pubblicazione del Dossier Statistico Immigrazione e da alcuni componenti del CNEL, con lo scopo di approfondire le tematiche dell’emigrazione ucraina in Italia nei luoghi d’origine. L’esperienza servì a favorire una conoscenza del fenomeno migratorio attraverso diversi contatti istituzionali. Anzitutto con i rappresentanti dei ministeri degli Affari Esteri, dell’Interno, del Lavoro, della Giustizia, della Pubblica istruzione e delle Politiche sociali, a Kiev, attraverso cui era emerso “il bisogno di stringere contatti più stretti a livello governativo per risolvere una serie di problemi” che toccavano direttamente la vita degli allora 150.000 circa cittadini ucraini residenti in Italia (oggi, senza considerare i profughi, sono all’incirca 240.000). Oltre a ciò, tale viaggio servì ad arricchire il quadro sulle problematiche emigratorie degli ucraini che chiedevano di recarsi nel nostro Paese, anche grazie all’incontro che si tenne all’Ambasciata d’Italia a Kiev, con l’ambasciatore e il console italiani dell’epoca.
Dal punto di vista ecclesiale, fra le altre cose, il ricordo va ai momenti trascorsi presso l’Università Cattolica Ucraina di L’viv, meglio conosciuta come Leopoli (una città particolarmente vivace dal punto di vista culturale), caratterizzata da un importante convegno sulla realtà e le prospettive dell’immigrazione ucraina in Italia, al quale presero parte diversi relatori locali e italiani.
Poco prima del convegno, la delegazione italiana fu ricevuta dal rettore dell’Università, il professor Borys Gudziak, il quale descrisse il dramma del popolo ucraino per le violenze subite nel corso del Novecento. Dalle parole del rettore emerse come non vi sia stata neppure una famiglia, soprattutto nella parte occidentale dell’Ucraina, a non essere toccata dalle follie del nazismo prima (furono deportati almeno 600.000 ucraini) e del comunismo poi (per “spezzare” la schiena ai contadini che rifiutavano la “collettivizzazione”, Stalin fece scaturire una terribile carestia tra il 1932 e il 1933). Di queste tragedie, vissute con dignità e saldo spirito religioso, delle pulizie etniche e degli eccessi delle ideologie del Novecento, non si è potuto parlare fino al 1988.
Fu grazie all’iniziativa di un illustre personaggio originario di Zazdrist (nell’arcidiocesi di L’viv), il cardinale Josyf Slipyi, scomparso nel 1984, nonché guida e maestro del rettore Borys Gudziak, che fu possibile dar vita all’Università Cattolica Ucraina, proprio con l’obiettivo (assolutamente lungimirante) di preparare i credenti e la società tutta alla transizione che sarebbe derivata dalla fine dell’impero sovietico. E tutto ciò molto prima dell’avvento della Perestroika.
Ancora oggi l’Università cattolica Ucraina di L’viv è un laboratorio di pluralismo. Tra studenti e docenti vi sono greco-cattolici, latini, ortodossi, ma anche molti non credenti. L’Università Cattolica Ucraina di L’viv è sempre stata libera e aperta a tutti, ma allo stesso tempo ha sempre voluto mantenere salda la propria identità cristiana. Ogni giorno, alle 12.00, si ferma l’attività universitaria per dar spazio alla preghiera: non è obbligatoria ma non è neppure un fatto privato. E il mercoledì, quando si invita la comunità, tutto il resto si ferma: niente internet, né biblioteca e nessuna attività didattica.
Ricordo che, in conclusione del nostro incontro, il rettore Gudziak raccontò un aneddoto molto significativo sullo spirito religioso del suo popolo. Per il costituendo corso di logica il suo predecessore si mise in contatto con una professoressa di filosofia, la quale, presentatasi per la consegna delle credenziali, dichiarò apertamente il proprio ateismo. “Va bene”, rispose il rettore, “lei dice di essere atea, ma io non ne sono tanto convinto”. “Sa padre”, dichiarò in seguito la docente al nuovo rettore, “non so se sono atea o credente, ma viaggiando nell’autobus mi capita spesso di pregare”.
Si spera che la guerra finisca quanto prima e che Leopoli possa mantenere questa sua caratteristica di apertura e di pluralismo che ho avuto il privilegio di apprezzare sedici anni or sono.
Raffaele Callia
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