L’eccezionale flusso di migranti che, tra il 30 e il 31 luglio, ha raggiunto l’exclave spagnola di Ceuta, situata in territorio nordafricano, ha rappresentato una soglia critica nella percezione delle dinamiche migratorie mediterranee. L’episodio non può essere interpretato come una mera emergenza umanitaria né come una pressione migratoria spontanea: esso costituisce invece un caso emblematico di ciò che in letteratura è definita come weaponization of migration, vale a dire la strumentalizzazione politica delle migrazioni, attraverso cui i migranti vengono trasformati in dispositivi di pressione diplomatica.
In un arco temporale di meno di 48 ore, circa 60.000 persone hanno attraversato il confine tra Marocco e Ceuta, una delle frontiere esterne più rigidamente presidiate dall’Unione Europea. Il costo umano è stato drammatico: oltre 140 persone hanno perso la vita nel tentativo di raggiungere il territorio spagnolo. Tuttavia, la rapidità dell’evento e le sue modalità operative suggeriscono una regia politica più che un moto spontaneo. Un attraversamento di tale ampiezza risulta infatti difficilmente conciliabile con i consueti livelli di sorveglianza esercitati dalle autorità di Rabat, lasciando ipotizzare un allentamento intenzionale dei controlli da parte del Marocco.
Una crisi di analoga natura si era già manifestata tra il 17 e il 18 maggio 2021 e, in quel frangente, la dinamica non presentava alcun carattere accidentale. In quel caso si era trattato di una vera e propria rappresaglia diplomatica. L’innesco fu il ricovero, alla fine di aprile 2021, nell’ospedale di Logroño (comunità autonoma di La Rioja), di Brahim Ghali, leader del Fronte Polisario, movimento impegnato nella lotta contro le autorità marocchine per l’indipendenza del Sahara Occidentale. Rabat interpretò l’assistenza sanitaria prestata dalla Spagna al suo storico avversario come un affronto diretto alle proprie rivendicazioni territoriali.
La reazione fu immediata, con l’apertura delle cosiddette “valvole migratorie”: un dispositivo di pressione volto a colpire Madrid nel suo punto più vulnerabile. In quell’occasione il Marocco mostrò di saper modulare l’intensità della sorveglianza di frontiera per riaffermare la propria centralità geopolitica. Una crisi di simile portata non fece altro che accrescere il potere contrattuale di Rabat, che poté così rivendicare un incremento del sostegno economico europeo per la gestione delle frontiere e il riconoscimento delle proprie istanze politiche.
I due casi verificatisi a Ceuta, sia quello del maggio del 2021 sia quello più recente della fine di luglio scorso, mettono in luce il carattere strutturalmente fragile della politica europea di esternalizzazione delle frontiere. Delegando a Paesi terzi – quali Marocco, Libia, Turchia o Tunisia – la gestione dei flussi e il controllo dei confini, l’Unione Europea ha progressivamente costruito una forma di dipendenza politica che espone i Paesi membri a pressioni esterne sempre più incisive. I Paesi terzi coinvolti, infatti, finiscono per assumere un vero e proprio potere di veto sulla sicurezza europea. La cooperazione migratoria diventa così una risorsa strategica, impiegabile per influenzare decisioni, orientare negoziati e finanziamenti e condizionare le priorità politiche dell’UE. In tale configurazione, il controllo delle frontiere non è più soltanto un dispositivo tecnico-amministrativo ma si trasforma in una leva geopolitica capace di ridefinire gli equilibri tra Bruxelles e i suoi interlocutori mediterranei.
D’altra parte, il recente Patto europeo su migrazione e asilo, pur introducendo meccanismi di screening e di solidarietà intra-UE, consolida la centralità della cooperazione con i Paesi terzi, senza rimuovere la vulnerabilità strutturale che caratterizza l’attuale architettura nel governo delle frontiere. Al contrario, il rafforzamento di tale esternalizzazione rischia di esporre l’Unione Europea a una frequenza crescente di episodi analoghi a quelli osservati di recente: situazioni in cui attori esterni, consapevoli del proprio ruolo negoziale, possono utilizzare la gestione dei flussi come leva geopolitica per condizionare le scelte di Bruxelles.
Non solo. Le risposte nazionali basate sulla sospensione dello spazio Schengen o sul ripristino dei controlli interni appaiono come misure meramente simboliche, in quanto colpiscono unicamente la circolazione interna all’UE ma non intaccano le cause geopolitiche esterne (i cosiddetti push factors). A ben considerare, finché l’Europa non supererà la logica della dipendenza strategica dai Paesi di transito sarà destinata a rimanere esposta al rischio che il dramma umano dei migranti, con il suo inaccettabile corollario di morti, venga utilizzato come arma di pressione nei tavoli della competizione geopolitica globale.
Raffaele Callia
