
Nei giorni scorsi in Ogliastra, divenuta famosa nel mondo oltre che per la sua bellezza naturalistica per essere una delle “Blue Zone” per la longevità, nell’ambito del meeting denominato The Longevity Experience, è stata firmata una lettera di intenti dai rappresentanti istituzionali della Sardegna, di Okinawa (Giappone), di Nicoya (Costa Rica) e di Ikaria (Grecia). Si tratta di quattro delle cinque aree del mondo tutte conosciute per gli alti tassi di longevità e che, proprio per tale ragione, hanno deciso di mettersi in rete per creare un coordinamento internazionale permanente.
L’obiettivo del meeting è quello di creare un comitato scientifico comune, anche se – come si legge nel sito istituzionale dell’Assessorato regionale per il turismo – il fine è anche quello di «gettare le basi per la creazione di un prodotto turistico esperienziale globale, in modo da costruire un’immagine coerente e riconoscibile dei territori della longevità».
A ben considerare, questa notizia ci permette di fare alcune considerazioni sul tema dell’invecchiamento attivo e sulle opportunità (soprattutto in termini di capitale sociale) e sulle criticità (in particolare con riferimento alla sostenibilità socio-sanitaria) che si affacciano all’orizzonte per tutte quelle società che già da ora si caratterizzano per un’elevata concentrazione di persone avanti con gli anni.
Di fatto, da qualche tempo stiamo assistendo a un fenomeno di “invecchiamento” senza precedenti. In Italia, in particolare, un uomo di 73 anni possiede la medesima speranza di vita residua che aveva un sessantacinquenne nel 1960. Questa espansione della vitalità trasforma la “questione demografica” in un’opportunità di rinnovamento comunitario, ma impone anche una riflessione sulla sostenibilità del welfare. I dati sul Parent Support Ratio, i quali rappresentano una sorta di “indice di sostegno ai genitori anziani”, indicano che entro il 2060 un individuo tra i 50 e i 64 anni avrà una probabilità tre volte superiore rispetto a oggi di doversi occupare di genitori ultra-ottantacinquenni. Ecco perché, per garantire la tenuta del sistema, è imperativo superare il paradigma dell’anziano come “peso assistenziale”.
Per l’Organizzazione mondiale della sanità il tema si basa su tre pilastri: la salute, vale a dire l’ottimizzazione delle capacità fisiche e psichiche per posticipare l’insorgenza della cronicità; la partecipazione, ovverosia il coinvolgimento attivo nella sfera sociale e civile, valorizzando il legame identitario con il territorio; la sicurezza, che significa garanzia di protezione sociale, ambientale e abitativa contro il rischio di isolamento.
In questo scenario, la Sardegna emerge con i suoi 737 ultracentenari (Istat, gennaio 2026), frutto di un ecosistema dove biologia e cultura si intrecciano: uno stile di vita attivo, un’alimentazione sana e, soprattutto, un capitale sociale che vede l’anziano ancora come perno decisionale e affettivo della famiglia. Tuttavia, lo “spopolamento selettivo” e la migrazione giovanile minacciano questo equilibrio, rendendo le reti familiari più “verticali” e fragili.
In altri termini, al di là del dato puramente quantitativo (il vivere più anni) la questione centrale è il come si vive, in termini di qualità non solo materiale ma anche relazionale. L’invito è a guardare oltre i numeri e le statistiche per scorgere la complessità delle vite umane che abitano le nostre comunità. A ricordarci che il modo in cui trattiamo i nostri anziani è lo specchio della qualità delle nostre comunità. Invecchiare con grazia e dignità è un diritto universale, che si può garantire solo attraverso il recupero e il rafforzamento costante dei legami sociali.
Raffaele Callia
