I dati dell’ultimo Rapporto Istat «La povertà in Italia», pubblicato il 15 ottobre scorso, descrivono un’Italia in cui la povertà assoluta resta sostanzialmente stabile e su livelli elevati: 5,4 milioni di persone, il 9,3% dei residenti. Rispetto al 2014, primo anno della serie storica basata sulla nuova metodologia, si contano circa 1,3 milioni di poveri assoluti in più. Per definire questa instabilità prolungata, fatta di crisi economiche, sanitarie, inflazionistiche e geopolitiche che si sovrappongono senza soluzione di continuità, il linguaggio contemporaneo ha adottato il termine «permacrisi». In questo scenario di turbolenza permanente, la Sardegna vive un suo peculiare paradosso: le famiglie spendono di più, ma la loro condizione resta fragile e lontana dalla media nazionale.
A un primo sguardo, i numeri dell’Isola potrebbero suggerire una ventata di ottimismo. Nel 2025 la spesa media mensile delle famiglie sarde è salita a 2.431 euro, con un incremento del 10,7% rispetto all’anno precedente. Per l’Istat è un aumento statisticamente significativo, che ha permesso alla Sardegna di passare dal sesto al terzo posto nel Mezzogiorno per livello di spesa. Anche l’incidenza della povertà relativa sembra fare un passo indietro, scendendo dal 17,3% al 14,5%. Qui però l’entusiasmo va frenato. Questa variazione rientra nel margine di errore campionario e restituisce, piuttosto, un quadro di sostanziale stabilità.
La vera morsa che stringe i bilanci familiari è la perdita di potere d’acquisto accumulata negli ultimi anni. Tra il 2019 e il 2025, a livello nazionale, i prezzi al consumo sono aumentati di circa il 20%, mentre la spesa media delle famiglie è cresciuta solo dell’8,7%. Gli scontrini sono più alti, ma nel carrello finisce meno. Il 29,4% delle famiglie italiane dichiara di aver limitato la spesa alimentare, riducendo la quantità o la qualità del cibo portato in tavola. La quota è in lieve calo rispetto al 31,1% del 2024, ma riguarda ancora quasi una famiglia su tre. In Sardegna, nonostante la crescita dell’ultimo anno, la distanza dal resto del Paese resta marcata: la spesa media isolana è inferiore di circa 350 euro a quella nazionale.
Analizzando come i sardi distribuiscono le proprie risorse, torna d’attualità la cosiddetta «legge di Engel». Secondo questa legge, quanto più è alta la quota di spesa destinata al cibo, tanto più modesto è il bilancio familiare e tanto meno resta per soddisfare altri bisogni. In altri termini, le necessità primarie assorbono gran parte della spesa. I prodotti alimentari pesano per il 21,7% sulla spesa delle famiglie sarde, una quota sensibilmente superiore al 19,8% della media italiana. L’abitazione incide per il 37,4% del bilancio familiare. Il dato comprende anche gli affitti figurativi, cioè il valore d’uso stimato della casa di proprietà. Per la salute si spendono appena 77 euro al mese, contro i 113 della media nazionale. Si spende meno anche per ricreazione, sport e cultura (77 euro contro 105) e soprattutto per l’istruzione, a cui vanno appena 10 euro mensili contro i 17 della media nazionale.
Questa minore spesa in settori cruciali come salute e istruzione non è necessariamente indice di un minor bisogno. Spesso segnala un accesso più difficile e carente ai servizi sul territorio. La mancanza di un’offerta adeguata di sanità o di scuole a tempo pieno finisce per rafforzare le disuguaglianze economiche, intaccando l’uguaglianza dei diritti sociali dei cittadini.
Ma chi sono i poveri oggi? I dati del 2025 confermano che avere un’occupazione non basta a mettersi al riparo dall’indigenza. Il fenomeno dei working poor (lavoratori poveri) è ormai strutturale. L’incidenza della povertà assoluta resta al 14,3% tra le famiglie in cui la persona di riferimento è un operaio o assimilato. Il dato è in calo rispetto al 15,6% del 2024, ma è ancora quasi il doppio della media nazionale (8,0%). A pagare il prezzo più alto di questa crisi continua sono le famiglie numerose: quasi una coppia su sei con tre o più figli si trova in povertà assoluta. Anche il divario legato alla cittadinanza resta abissale. L’incidenza della povertà tra gli individui stranieri si attesta al 29,8%, circa quattro volte superiore a quella degli italiani (7,3%). Sul piano abitativo, vivere in affitto rappresenta un fattore di altissimo rischio: è povero il 20,9% delle famiglie in locazione, contro il 4,5% di chi vive in una casa di proprietà. Un ulteriore dato drammatico riguarda le nuove generazioni: in Italia il 12,5% dei minori, oltre un milione di bambini e adolescenti, vive in povertà assoluta.
In conclusione, la povertà in Sardegna è davvero diminuita nell’ultimo anno? Gli indicatori europei EU-SILC, basati sui redditi e sulle condizioni di vita, fotografano un’Isola impantanata. Il 29,7% dei residenti sardi è a rischio di povertà o esclusione sociale, un valore sostanzialmente invariato rispetto all’anno precedente e ben superiore alla media italiana del 22,6%.
A destare preoccupazione è un ultimo, decisivo dato, relativo alla macroarea delle Isole (Sardegna e Sicilia). L’incidenza della povertà assoluta tra le famiglie scende dall’11,2% al 9,6%, ma il calo non è statisticamente significativo. Nello stesso periodo l’intensità della povertà sale dal 17,0% al 19,0%. L’intensità misura di quanto, in media, la spesa delle famiglie povere resta al di sotto della soglia di povertà assoluta. Le famiglie in povertà potrebbero dunque essere un po’ meno numerose, ma chi rimane sotto la soglia rischia di essere oggi ancora più lontano da uno standard di vita minimamente accettabile. Non siamo di fronte a un’inversione di tendenza, ma alla pericolosa cristallizzazione di una fragilità strutturale.
Raffaele Callia
